Aborto. Le donne italiane protestano per i loro diritti

Un terribile déjà-vu che ci riporta in un tempo che non dovremmo mai più vivere. Ecco costa sta succedendo nelle Marche e in Umbria

L’aborto non è una priorità, con queste parole decise e taglienti il capogruppo di Fratelli d’Italia della Regione Marche, Carlo Ciccioli, ha dato inizio a una nuova era, quella di una regressione temporale difficile da digerire. L’aborto mette a rischio la natalità e l’intera identità di una nazione, dicono, ma dove sono finiti tutti quei diritti conquistati dalle donne negli anni precedenti?

Parole che non sono solo parole da quando la regione Marche ha scelto di non applicare le linee guida ministeriali sulla somministrazione della Ru486 che prevedono la possibilità di assumere la pillola anche al di fuori degli ospedali, come per esempio nei consultori e negli ambulatori.

Ma la questione dell’aborto nel nostro Paese e non solo, vedi la Polonia, scatena inevitabilmente dissensi e posizioni retrograde che sembrano cancellare decenni e decenni di battaglie femministe. Ma andiamo a vedere cosa sta succedendo in Italia.

Aborto, la situazione nelle Marche e in Umbria

Tra dichiarazioni, interviste riportate su altri media e in tv, le tesi sostenute da alcuni rappresentanti politici italiani rinnegano, inevitabilmente, tutti i diritti ottenuti fino a questo momento. E non è tutto, lo spettro del razzismo sembra sopravvivere proprio attraverso queste convinzioni.

In breve: bisogna difendere il Paese, sostenere con enfasi ed entusiasmo le nuove nascite, combattere la denatalità della società occidentale per non rischiare la sostituzione di etnie. Scrivere, e pronunciare queste parole, ci rende inevitabilmente protagoniste di un terribile déjà-vu che ci riporta in un tempo che non dovremmo mai più vivere.

E invece, oggi, la situazione nelle Marche, è questa. E a nulla è servita la presenza dell’unica donna presente nella giunta. Anche l’assessore alle pari opportunità ha confermato di essere contraria all’interruzione di gravidanza.

Ma le Marche non sono l’unica regione a schierarsi contro. Nella vicina Umbria, infatti, troviamo la presidente Donatella Tesei della Lega Nord. Un’apripista, in questo senso, che da mesi sostiene le leggi antiaborto e, anzi, su questa ha fondato la sua propaganda.

Le proteste

Così nei scorsi giorni, nonostante le restrizioni della Pandemia, alcune donne sono scese in piazza e per le strade per manifestare contro le politiche antiabortiste. Una situazione surreale che da una parte ci riporta indietro nel tempo, dall’altra sembra cancellare tutte le manifestazioni degli anni ’60 e ’70 e tutte le battaglie vinte.

Ma i rappresentanti politici italiani della Lega e di Fratelli d’Italia hanno le idee chiare, quello di limitare l’accesso all’aborto farmacologico. Ma non è tutto, l’obiettivo a breve termine è quello di riprendere e rivisitare il disegno di legge Pillon, archiviato a livello nazionale, che porterebbe all’arretramento della libertà e dei diritti civili di donne e bambini con cambiamenti drastici a favore della “famiglia naturale”.

Le prime proteste a seguito della decisione della governatrice della regione Umbria, c’erano state già la scorso agosto con il conseguente aggiornamento da parte del Ministero della salute che aveva stabilito, anche in vista dell’emergenza da Conavirus, la possibilità di praticare l’interruzione volontaria di gravidanza, attraverso i farmaci, in day hospital, ricovero ordinario o in consultori pubblici entro la nona settimana di gestazione.

Ma la regione Umbria, seguita poi da quella delle Marche, ha ignorato le linee approvate dal Consiglio superiore di sanità, almeno fino a dicembre. Tuttavia la situazione non è migliorata affatto.

Gli antiabortisti in Italia

Un interessante reportage dell’Internazionale firmato da Annalisa Camilli, restituisce un quadro italiano tutt’altro che confortante. Nonostante, infatti, l’apparentemente adeguamento alle regole nazionali, la situazione in Umbria sembra oscurare i diritti delle donne.

Nella regione, infatti, è possibile assumere la pillola abortiva solo all’interno di piccoli ospedali, mentre le strutture ospedaliere più grandi praticano l’interruzione volontaria di gravidanza con intervento chirurgico una sola volta alla settimana, negando quindi l’aborto farmacologico.

Anche nelle Marche la situazione non sembra favorire le donne, la regione detiene infatti il primato di ginecologi obiettori di coscienza. In alcuni ospedali, l’intervento chirurgico non è possibile mentre la pillola RU486 viene utilizzata solo da pochissimi strutture ospedaliere.

La pandemia ha reso più difficile l’aborto

A rendere l’intera situazione ancora più complicata è la presenza dell’emergenza sanitaria che ha creato ulteriori impedimenti. Già durante il primo periodo di diffusione del virus, diverse associazioni femministe avevano denunciato il drastico dimezzamento del servizio di interruzione volontaria di gravidanza a causa di reparti chiusi o comunque limitati.

In alcune regione come in Umbria, poi, non esiste alcun percorso pensato per le donne positive al Covid-19 e, come è intuibile, aspettare la negativizzazione è impensabile. Il rifiuto degli ospedali di procedere si somma poi all’alto tasso di obiettori di coscienza presenti in Italia tra i ginecologi mettendoci di fronte a una situazione che vede i diritti delle donne rinnegati.

L’aborto farmacologico con la pillola RU486

In questo momento storico di emergenza sanitaria, la via d’accesso più semplice all’aborto per le donne, è quella data dalla pillola RU486. Ricordiamo che l’aborto farmacologico è stato introdotto in Italia nel 2009, ma oggi la sua percentuale di utilizzo è ancora molto scarsa.

Secondo un’inchiesta condotta dal Fatto Quotidiano, nonostante le donne che intendono praticare un’interruzione volontaria di gravidanza scelgono la pillola, la disponibilità di questa è molto limitata in alcune regioni, come Marche, Lazio, Abruzzo, Sardegna e Sicilia che contano meno di 0,03 presidi per 10.000 donne. Anche se, dobbiamo precisare per dovere di cronaca, la Regione Lazio ha di recente dato l’ok per la somministrazione della RU486 fuori dalle strutture ospedaliere (febbraio 2021).

In un periodo dove gli ospedali sono saturi e le sale operatorie servono più che mai, l’utilizzo della RU486 è sicuramente raccomandabile per tutte le donne che optano per l’interruzione volontaria di gravidanza, soprattutto in vista del fatto che questa può essere somministrata in consultorio e negli ambulatori. Soluzione, questa, che decongestionerebbe gli ospedali in questo periodo così delicato. Tuttavia le ragioni culturali che ostacolano il suo utilizzo, avvallate da alcuni esponenti politici italiani, rendono la situazione intera difficile e complicata.

Tra consultori pubblici che scarseggiano in tutta Italia e la presenza di un numero sempre più in aumento di ginecologi obiettori di coscienza i diritti delle donne che vivono in Italia, e soprattutto nelle Marche e in Umbria, sono a rischio. Anche le proteste sono limitate, a causa del Coronavirus, tuttavia è necessario fare qualcosa per difendere un diritto per il quale abbiamo già combattuto tante, troppe battaglie.

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