In ricordo di Alexander McQueen, l’hooligan della moda

L’avevano soprannominato "hooligan della moda" per le immancabili provocazioni e coup de théâtre che riservava ogni anno alla messa in scena delle sue sfilate, che ogni volta facevano scalpore e nello stesso tempo aprivano brecce visionarie sul futuro del costume, molto prima che puntualmente si materializzasse nella realtà.
Come quando, alla sua prima collezione datata 1996, presentò i rivoluzionari e stravaganti pantaloni a vita bassa battezzandoli bumsters e sentenziò che il lato B sarebbe stata la nuova scollatura, anticipando lo street style a venire.

Non era uno stilista improvvisato Alexander McQueen. Lasciati gli studi appena sedicenne, fece pratica dai sarti londinesi Anderson & Shepard, che vestivano il principe di Galles: corre voce che il ragazzaccio si divertisse a scrivere sconcezze sulle fodere blasonate dell’erede al trono. Passò poi ai costumi teatrali presso Bermans e Nathan, dove imparò sei metodi di taglio e un certo modo drammatico di presentare le sue creazioni. Si fece anche le ossa presso lo stilista giapponese Koji Tatsuno e dall’italiano Romeo Gigli, per poi tornare a Londra a terminare la sua formazione alla St. Martin’s School of Art, dove si fece notare con la sua prima collezione. Nel 1996 venne designato stilista dell’anno, nel 1997 entrò nella prestigiosa casa di moda Givenchy come direttore creativo e nel 2001 nel Gruppo Gucci, dove nacque la linea col suo nome.

Un grande talento riconosciuto da tutto il mondo della moda, dalla terribile Wintour alla fashion guru Isabelle Blow, morta suicida tre anni fa. Persino la Regina Elisabetta gli tributò il "Commander of the most excellent order", un onore toccato prima solo a Sting e al chitarrista dei Pink Floyd Anish Kapoor.
Un talento che recava in sé un lato oscuro, fragile e sensibile, che pare non abbia retto alla morte dell’amata madre Joyce, morta una settimana fa.

In ricordo di Alexander McQueen, l’hooligan della moda