“Vuoi avere figli”? La domanda discriminatoria posta alle donne

Non è solo una domanda scomoda, ma discriminatoria e illegale alla quale dobbiamo rifiutarci di rispondere

Di gender gap ne pariamo spesso, e probabilmente lo faremo fino a quando la situazione non sarà sensibilmente migliorata. Perché ammettiamolo, nonostante il problema sia sempre dibattuto, il punto in cui ci troviamo è ancora lontano dalla meta da raggiungere.

E a rimetterci, ovviamente, sono solo le donne. La differenza di genere passa per tante cose, tra queste anche il lavoro. E le discriminazioni non riguardano solo i ruoli, che sono distribuiti iniquamente, e lo stipendio delle donne che risulta, nella media, più basso rispetto a quello degli uomini. Le discriminazioni continuano, come se non bastasse, anche in sede dei colloqui di lavoro.

Probabilmente a tutte noi sarà capitato, almeno una volta, di ritrovarci davanti all’agghiacciante domanda, fatta durante un colloquio, sulla nostra volontà o meno di avere figli. E va da sé che la domanda non è spinta da mera curiosità dell’addetto alle risorse umane dell’azienda, ma dalla volontà di capire se una donna può ottenere o meno il ruolo per quella candidatura.

Perché ormai lo abbiamo imparato a nostre spese che una donna che vuole creare una famiglia, o che ha già dei bambini, può diventare un peso per l’azienda. Eppure quel “Vuole avere i figli?”, non è solo una domanda scomoda e discriminatoria, ma anche illegale. Innanzitutto si tratta di un dettaglio che riguarda esclusivamente la sfera privata di un candidato, indipendentemente dal sesso, e che in alcun modo non deve diventare la premessa di un’assunzione. Né tanto meno può essere un metro di valutazione, dato che una persona dovrebbe essere esaminata esclusivamente per le sue capacità professionali, e non per la decisioni personali e private.

E a stabilire l’entità discriminatoria e illecita di questa domanda ci pensa anche il codice delle pari opportunità. Secondo l’articolo 27, del D.lgs. 11 aprile 2006, è vietata ogni forma di discriminazione nell’accesso al lavoro, alla formazione e alla promozione professionale, e nelle condizioni di lavoro.

E’ vietata qualsiasi discriminazione fondata sul sesso per quanto riguarda l’accesso al lavoro, in forma subordinata, autonoma o in qualsiasi altra forma, indipendentemente dalle modalità di assunzione e qualunque sia il settore o il ramo di attività, a tutti i livelli della gerarchia professionale.

E questa discriminazione, come è precisato, vale anche se attuata attraverso dei riferimenti allo stato matrimoniale, di famiglia o di gravidanza.

Il quesito, quindi, non dovrebbe mai essere posto in fase di colloquio, neanche nei confronti di candidati uomini perché le scelte della vita privata non devono interferire con la posizione lavorativa.

Purtroppo, nonostante gli espliciti divieti legislativi, capita molto spesso di trovarsi in queste situazioni discriminatorie. Cosa fare se vi trovate davanti a una domanda del genere? Rifiutatevi di rispondere, è un vostro diritto.

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