Vietato dare schiaffi ai figli: in Scozia è legge

La Scozia è il primo paese del Regno Unito a vietare per legge gli schiaffi ai figli. La situazione negli altri paesi e in Italia

La Scozia mette al bando, per legge, gli scapaccioni dei genitori ai figli e qualunque forme di castigo fisico. Una normativa ad hoc è stata infatti presentata al Parlamento locale di Edimburgo dal governo guidato dalla “first minister” Nicola Sturgeon, il cui partito controlla agevolmente l’assemblea. Si tratta del primo territorio del Regno Unito deciso a vietare le punizioni corporali, tradizione mai del tutto estirpata del sistema scolastico britannico come del retaggio familiare.

Finora la legge autorizzava – come continua a fare nel resto del Regno – un uso “ragionevole” della forza in famiglia per educare e castigare i figli. La proposta scozzese di abolizione è stata promossa da un deputato Verde, John Finnie, e ha il sostegno di laburisti e liberaldemocratici, oltre che dello Scottish National Party (Snp) di Sturgeon e di alcune ong per la tutela dell’infanzia. Contrari sono invece i Tory locali, come pure – stando ai sondaggi – una maggioranza popolare di scozzesi.

I paesi che hanno vietato per legge le sculacciate

Il primo paese a schierarsi contro le “sculacciate” ai figli era stata la Svezia nel 1979, seguita nel 1983 dalla Finlandia. Poi Tunisia, Polonia, Lussemburgo, Irlanda, Austria e molti altri Stati in tutto il mondo. Gli ultimi in ordine sono stati nel 2016 la Mongolia, la Slovenia e il Paraguay.

Sculacciate ai figli: in Italia la legge che dice

Per quanto riguarda il nostro paese invece non esiste una vera e propria norma contro i castighi fisici per i figli, ma una sentenza della Corte Costituzionale del 1996 si era  espressa contro l’uso di percosse nei confronti dei bambini.
La legge non dice infatti in modo esplicito se sia lecito dare uno schiaffo ai propri figli. Quello che dice è che non gli si devono procurare danni fisici o psichici.
Chiunque abusa dei mezzi di correzione o di disciplina nei confronti di una persona sottoposta alla sua autorità o a lui affidata per la sua educazione, istruzione, vigilanza o custodia (anche nell’esercizio di una professione) rischia sino a 6 mesi di reclusione se procura a quella persona un danno fisico o psichico, a norma dell’articolo 571 del codice penale.

La legge italiana contro i danni fisici e psichici

La legge vieta di procurare un danno fisico o psichico. Il genitore verrà punito per essere manesco e per essere crudele senza muovere le mani. La violenza psicologica può fare, a volte, più male di quella fisica.

Un genitore ha il dovere di istruire e di educare un figlio (art. 30 Costituzione) ed esercita su di lui la responsabilità genitoriale (art. 316 c.c.). Gli strumenti validi per espletare il dovere educativo devono essere quelli che non ledano la dignità e l’integrità fisica del minore, oltrepassare questo limite significa commettere reato di abuso dei mezzi di correzione. Questo reato non si configura se il figlio è maggiorenne, perché quando il ragazzo compie 18 anni si conclude il diritto-dovere dei genitori di educarlo.

Il difficile confine tra mezzo di correzione e suo abuso

La legge e la giurisprudenza non sono riuscite a stabilire con sicurezza dove si colloca il confine tra un mezzo di correzione lecito e l’abuso del mezzo di correzione, cioè quando lo schiaffo al figlio è uno scappellotto fine a sé stesso, senza particolari conseguenze se non quelle di avergli insegnato la lezione e quando è un sistema di punizione che sconfina nell’abuso di autorità e che provoca un danno fisico e morale.
Quello che la legge punisce è l’utilizzo eccessivo o inopportuno di un mezzo il quale può essere considerato legittimo.
Un ceffone, in un determinato contesto ed entro determinati limiti, senza procurare lesioni, viene di solito considerato un mezzo di correzione accettato. Il discorso cambia se si aspetta il figlio dietro la porta di casa con il bastone. La Suprema Corte di Cassazione sottolinea che se un mezzo di correzione è violento contrasta con il suo scopo di essere un mezzo di educazione, sia perché si oppone alla dignità della persona sia perché si contraddice con la finalità di perseguire lo sviluppo armonico della personalità (Cass. sent. n. 25790/2014 del 16.05.2014).

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