Social Freezing: i motivi per cui le donne congelano gli ovuli

La carriera non c'entra: ecco perché le trentenni e quarantenni decidono di rimandare la gravidanza

Si sta sempre più diffondendo il “social freezing”, vale a dire il trattamento che una donna può fare tra i 20 e i 35 anni per congelare i suoi ovuli e utilizzarli in età più avanzata senza che la capacità riproduttiva diminuisca. Ma in linea generale l’opinione diffusa è negativa verso chi ricorre al congelamento degli ovociti. Si ritiene che si tratti di donne che hanno dato priorità alla carriera rispetto alla famiglia, ponendo gli obiettivi professionali davanti a quelli privati. Spesso però non è così.

L’Università di Yale ha infatti condotto una ricerca da cui è emerso che il principale motivo che porta a questo tipo di soluzione è “la mancanza di un uomo accanto che abbia come obiettivi il matrimonio e la genitorialità“. Così ha risposto l’85% delle donne interpellate, tutte residenti tra Stati Uniti e Israele. Si tratta di donne che hanno fatto ricorso al trattamento, che permetterà loeo di restare incinte anche quando sarebbe troppo tardi per la natura. I curatori della ricerca sono convinti che questi dati, sebbene raccolti in due soli Paesi, siano “in larga parte generalizzabili” anche nel resto del mondo occidentale.

I risultati della ricerca sono stati presentati a Barcellona, nell’ambito del congresso della Società europea di medicina della riproduzione ed embriologia. Un’importante conferenza che ha scagionato le trentenni e quarantenni accusate da alcune loro coetanee di prendere sotto gamba l’avvicinamento alla maternità.

Nel corso della conferenza sono stati forniti anche dati utili alle donne che volessero procedere al “social freezing”. “Se si hanno meno di 35 anni andrebbero conservati 10-12 ovociti, in età più adulta invece è consigliabile salire almeno al numero di 20 per avere ragionevoli possibilità di iniziare e concludere una gravidanza”, ha osservato l’italiano Pasquale Patrizio, direttore del centro di preservazione della fertilità all’Università di Yale.

La procedura non è ancora molto diffusa in Italia e si ottiene dopo una minima sedazione: le ovaie vengono stimolate con ormoni simili a quelli prodotti dalla paziente, quindi gli ovuli vengono estratti con un ago sottilissimo e raffreddati in maniera molto veloce. A questo punto resteranno protetti per tutto il tempo ritenuto necessario. Gli ovociti dopo il trattamento sono “vitrificati” e possono essere fecondati anche a distanza di vent’anni dal prelievo.

Non esiste la possibilità di loro deterioramento. La variabile, piuttosto, è quella dell’età anagrafica della paziente nel momento in cui si sottopone al trattamento. “Le probabilità di successo di gravidanza diminuiscono quando gli ovociti sono vitrificati a un’età più avanzata“, ha infatti spiegato Ana Cobo, direttrice dell’Unità di criopreservazione di IVI Valencia.

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