La vita oltre i figli esiste e non è poi così male

Se dedichiamo la nostra intera esistenza ai nostri bambini, cosa resterà di noi quando un giorno andranno via?

La vita dopo i figli (Otherhood) è un film diretto da Cindy Chupack, e tratto dal romanzo Qualunque cosa ti renda felice di William Sutcliffe, che tutte dovremmo vedere. Il motivo è presto detto: quella commedia con Angela Bassett, Patricia Arquette e Felicity Huffman parla di noi e del nostro ruolo di mamma.

Di come ci sentiamo quando abbiamo la sensazione che quel compito che ci spettava di diritto sta per volgere al termine con la consapevolezza che i nostri bambini, ormai diventati adulti con il loro lavoro, le famiglie e una nuova vita, non abbiano più bisogno di noi. Quel film racconta di come ci sentiamo spaesate e perse, e a volte anche abbandonate, senza più quel punto di riferimento che erano diventati i nostri figli.

Non che questo accada realmente, intendiamoci. Perché nonostante le distanze fisiche e geografiche, quel legame forte ed eterno c’è e ci sarà sempre. Ma la vita dopo i figli, quella del nido vuoto, della nostalgia e delle mancanze, è qualcosa con la quale dobbiamo fare i conti tutte, prima o poi.

Ed è quello il momento in cui ci ritroviamo ad affrontare qualcosa che avevamo dimenticato e seppellito, il nostro essere donna. Persone dotate di autonomia e libertà, le stesse che abbiamo messo da parte per essere madri e moglie. La vita dopo i figli può trasformarsi in un periodo di rinascita e consapevolezza. Ma questo, in realtà, può succedere anche prima.

La maternità, lo sappiamo, è una delle esperienze più complesse, intense, faticose e felici della nostra vita. La stanchezza e le rinunce sono ampiamente ripagate dalla presenza dei nostri bambini, dai loro abbracci e dai sorrisi. Noi dedichiamo la nostra intera esistenza a loro, a insegnargli il mondo affinché un giorno imparino ad affrontarlo da soli. Ed è normale che a un certo punto ci chiediamo cosa resterà di noi, senza di loro. Senza la parte più bella e importante di noi. Ma “Niente” non è la risposta corretta.

Vivere l’esperienza di maternità con la consapevolezza che i figli sono la priorità è qualcosa che facciamo tutte, ma considerarli l’unico scopo della nostra esistenza è sbagliato. E lo è al di là delle considerazioni contemporanee e femministe sul ruolo della donna che non è più solo l’angelo del focolare, come la società invece voleva.

Certo il lavoro e la carriera fanno sicuramente da cuscinetto a quella casa vuota, ma ci sono anche le ambizioni, le passioni, le amicizie e i rapporti da coltivare. E guai a pensare ancora che concedersi del tempo per noi stesse ci renderà delle cattive madri. Anche perché se dedichiamo tutta la nostra vita solo ed esclusivamente ai nostri bambini cosa resterà di noi quando questi cresceranno e andranno per la loro strada?

La paura si trasformerà in disperazione, in un senso di abbandono destinato a non lasciarci più. Perché ci sembrerà naturale il desiderio di urlare in faccia ai nostri figli che gli abbiamo dedicato tutta la nostra vita quando si ribelleranno a noi. Ma la cruda risposta del “Chi te lo ha fatto fare” è in agguato.

E allora eccola la punizione per aver rinunciato a tutto. Di essersi dedicate esclusivamente ai figli lasciando i lavoro, rinunciando alle ambizioni e lasciando morire le passioni. Una prigione di ricordi, rimpianti e nostalgia dal quale è difficile uscire, ma non impossibile.