In vacanza da solo

Vacanza non solo come possibilità di gioco e svago, ma soprattutto come momento di crescita, messa alla prova delle proprie capacità di adattamento, confronto con gli altri e con se stessi. Tutto questo e molto altro ancora implica per un bambino un viaggio senza mamma e papà, senza nonni, zii, cugini e familiari vari. E, d’altra parte, sono sempre di più le famiglie che optano per questo tipo di vacanza per i loro figli, un po’ per motivi di lavoro (non tutti, infatti, hanno la possibilità di accompagnare i piccoli in ferie sia a luglio che ad agosto), un po’ perché, in un certo senso, è cambiata la cultura e mentre un tempo erano poche le organizzazioni che proponevano vacanze per bambini (ricordate le colonie?) e pochi i genitori che optavano per questo tipo di soluzione, adesso la proposta in questo senso si è di molto allargata, le possibilità di scelta sono aumentate (campi estivi, kinderheim, centri vacanza…) e le famiglie hanno, in generale, deciso di dare fiducia a questa nuova formula-vacanze under 14.

Affrontare da solo le vacanze estive per un bimbo è qualcosa di diverso e di molto di più che partire, anche per un lungo periodo, insieme ai suoi cari. Trovandosi, infatti, a vivere una situazione completamente nuova, messo costantemente a confronto con persone che non lo conoscono e con cui deve imparare a rapportarsi, costretto, come di solito avviene in questi casi, a inserirsi in una situazione di gruppo comunitaria, il piccino inizia a crescere. Ed è una crescita decisa, radicale, avvertibile al suo ritorno anche dai genitori che lo conoscono sin nelle profondità dell’anima. Giusto per spiegare meglio questo concetto, possiamo dire che, indubbiamente, un bambino che parte da solo ne guadagna in autonomia, soprattutto se il centro presso il quale è accolto lo spinge a imparare a cavarsela da solo (ovviamente, sempre tenendo presenti quelli che sono i limiti che la sua età gli impone). Inoltre, comincia a capire che non sempre il mondo può ruotargli intorno e che esistono situazioni per le quali lui, il suo ruolo, la sua persona non sono accettati incondizionatamente così come avviene nel “nido della propria casa”: deve necessariamente riuscire a trovare i suoi spazi se vuole condividere con gli altri in modo positivo l’esperienza che si trova a vivere e deve imparare a mettersi in discussione laddove si rende conto che lati del suo carattere non trovano il favore del gruppo. Infine, dovendo contare maggiormente su se stesso, un bambino che parte da solo acquisisce una maggiore fiducia in se stesso, diventa più responsabile, coraggioso e intraprendente e sviluppa una notevole pulsione verso la scoperta del mondo che lo circonda.

Certo, è indubbio che le difficoltà non mancheranno, che talvolta potrebbe soffrire di nostalgia per la sua casa, i suoi fratelli, la mamma e il papà… Ma vale la pena non precludergli questa grossa possibilità di crescita, permettendogli di vivere e, anzi, spingendolo a vivere un’esperienza che probabilmente ricorderà per molto tempo. L’importante è che la decisione di mandare da solo il bambino in vacanza sia pianificata per tempo, che la struttura scelta sia in grado di rispondere a tutta una serie di parametri in grado di agevolare la permanenza del piccolo fuori casa, che il bambino sia “maturo psicologicamente” per spiccare il volo. A differenza, infatti, di quanto si potrebbe pensare, non esiste un’età in cui un bimbo possa o meno partire senza mamma e papà, esiste, piuttosto, un’età “psicologica”, come dicevamo poco sopra, che solo i genitori conoscono. Forzare il piccino ad affrontare una simile prova (perché di prova in ogni caso si tratta) sarebbe sbagliato e controproducente. Meglio evitare e aspettare se ci si rende conto che la cosa è vissuta dal bambino in modo eccessivamente conflittuale, come un allentamento da casa più che come una vacanza.

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