Donne e mamme, ancora discriminazione sul lavoro

Dal colloquio alla maternità: le donne sono spesso costrette a scendere a compromessi

Più istruite eppure ancora discriminate. Per poter essere accettate nel mondo del lavoro molte donne sono costrette a scendere a compromessi. Così non è poi tanto inusuale che in fase di colloquio il datore di lavoro sia più interessato ai progetti familiari della candidata, soprattutto se anagraficamente ancora in età fertile, più che al suo curriculum professionale. E addirittura sentirsi chiedere, nel caso in cui l’azienda proponga un’assunzione, di rinunciare alla maternità per qualche anno. Lo spunto per parlare dei problemi quotidiani che le donne subiscono nel mondo del lavoro ci viene offerto da un commento di una nostra lettrice, disoccupata da circa un anno, che ci scrive: «Sapete che dall’età di 18 anni, ed ora ne ho 41, ad ogni colloquio mi viene chiesto se ho dei figli o intenzione di averne, se sono sposata o convivente. Insomma, non è importante se sai lavorare, la tua esperienza, le tue capacità, ma che la tua fertilità non sia una minaccia nel mondo del lavoro».

E così non c’è da stupirsi se una volta assunte, magari con un contratto subordinato, di collaborazione coordinata e continuativa o di natura occasionale, il datore di lavoro si tuteli facendo firmare alle dipendenti, al momento dell’assunzione, una lettera di licenziamento in via preventiva. Quando poi si decide di avere un figlio le cose non cambiano, anzi peggiorano per le neo mamme lavoratrici.

Il ritorno in ufficio dopo un congedo di maternità può essere altrettanto traumatico sia per l’accoglienza che spesso l’azienda riserva, sia per il distacco dal figlio stesso. Conciliare carriera e cura del piccolo è per le più un’impresa titanica oltre che faticosa. E a poco ha finora contribuito la responsabilizzazione del padre e il suo coinvolgimento attraverso i congedi parentali, ad esempio.

Non tutte le donne sono però costrette a scegliere tra carriera e famiglia. Ci sono infatti lavoratrici più fortunate che, nonostante la maternità, riescono a raggiungere posizioni di rilievo e non devono rinunciare a ruoli di responsabilità. Una per tutte Roberta Cocco, direttore della divisione marketing di Microsoft Italia che, sulle pagine del settimanale femminile Anna, ha raccontato: «Se non lavorassi per un’azienda come Microsoft non mi potrei permettere mai tutto questo, l’impegno di tre figli intendo, accostato a quello professionale. L’anno scorso sono riuscita a partecipare a una riunione importantissima mentre mi trovavo in settimana bianca con i miei bambini». Consapevole della fortuna che ha e del fatto che il suo sia un caso più unico che raro la Cocco sta lavorando non a caso al progetto sociale “futuro@femminile” creato cinque anni fa per le donne e con le donne di Microsoft per far capire quanto la tecnologia possa essere d’aiuto. Di una cosa però siamo sicuri che fino a quando non cambierà la mentalità di imprenditori e manager sarà difficile parlare veramente di pari opportunità.

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