Emis Killa re agli Mtv Awards: intervista

Il rapper parla di sé e della sua passione per la musica che fa impazzire orde di ragazzini

Abbiamo intervistato Emis Killa, uno dei rapper più amati d’Italia, che domenica 14 giugno presenta a Firenze gli MTV Awards. Con il suo linguaggio “da rapper” – anche se questa generalizzazione gli va un po’ stretta – ci ha parlato della musica e dell’importanza che ha nella sua vita e della responsabilità che sente su di sé nell’essere un modello per le nuove generzioni

Quanto conta al giorno d’oggi vincere un MTV Award, quando, nell’era di Internet, il posizionamento su iTunes è molto importante?
In realtà il posizionamento su iTunes non è un sintomo significativo. Di fatto ci sono un sacco di album che vanno primi su iTunes e in realtà non vendono praticamente nulla. Purtroppo oggi di significativo per quanto riguarda la vendita dei dischi c’è ben poco. Alla fine sia dal punto di vista della carriera, sia dei guadagni viene tutto dalle altre attività, cioè dai concerti, dagli sponsor, oppure c’è chi parallelamente fa TV o radio… E’ difficile vendere tanti dischi oggi. Vincere un premio agli MTV Awards, invece, è importante personalmente, per quel che riguarda la carriera individuale e per la percezione della tua fan-base, visto che si vince in base a quanto si è votati, quindi chi vince ha sicuramente una fan-base importante, uno zoccolo duro fortificato. Se invece non vinci niente non hai fan (ride).

Cosa pensi della musica italiana? Pensi che possa avere un respiro internazionale?
Secondo me l’unica musica italiana che può essere diffusa nel mondo in questo momento è quella strettamente tradizionale, come per esempio la lirica. Per quel che riguarda il pop e tutti gli altri generi musicali, siamo ancora troppo indietro… Mi dispiace dirlo, ma tanta della musica italiana è vecchia… Non parlo del rap, che infatti è il nuovo genere, dove sono tutti giovani e attingono molto dalla musica oltreoceano.

Cos’è per te il rap?
Per me il rap è la vita, è quello che faccio tutti i giorni da dieci anni a questa parte (ride).

Può essere un modo per veicolare dei messaggi?
Anche… sì… Può essere un modo per esprimersi, per sfogarsi. Penso che sia soprattutto un metodo di intrattenimento: quando ho iniziato a fare hip-hop, al di là dello sfogo e di tutte le cose di cui avevo bisogno, per me era un modo proprio per divertirmi: ogni volta che facevo rap era un festa.

Sei un modello per i giovanissimi. Come ti senti in questa veste?
Mi mette un po’ di agitazione, perché ce l’hai un po’ di responsabilità su quello che dici ai giovani. Penso che sia importante avere la coscienza pulita, quindi non dire delle boiate a questi giovani. Se poi qualcuno se ne lamenta, perché ci sono i genitori che dicono, che ne so, che in quella canzone dici le parolacce, che parli delle donne in una determinata maniera, allora dico loro che il genitore non sono io, spetta a loro il compito di genitori. Magari dovrebbero ascoltarlo prima il mio disco e se c’è qualcosa che non gli va non lo devono fare sentire ai figli. Alcuni invece vengono al concerto, sentono tutto dal vivo per la prima volta e se ne vanno arrabbiati perché avevano sentito soltanto il singolo in radio e hanno portato comunque il figlio al concerto. Non funziona così.

Oggi i rapper sono dell star: tu come ti senti in questa veste?
Mi sta sulle palle la parola “star”. In realtà le star sono proprio poche, soprattutto in Italia. Se star vuol dire avere un seguito morboso, tutte le conseguenze positive (e non) di un successo musicale, mi ci trovo bene e mi ci sento a mio agio per quelli che son i lati positivi. Per tutti quelli che sono i lati negativi, tipo la privacy, invece, me la vivo molto male se devo esser sincero…

Che cosa sono i tatuaggi per voi rapper?
Prima che un rapper sono soprattutto una persona, quindi ti posso dire cosa sono i tatuaggi per me… Io me li faccio principalmente perché mi piacciono. Sì, hanno anche un significato (il 90% dei miei tatuaggi ne ha), però se dovessi tracciare delle linee, disegnare qualcosa che abbia un significato per me, non necessariamente lo farei sulla pelle, piuttosto scriverei un diario. Se ti fai i tatuaggi è perché di base ti piacciono.

Tu hai avuto successo giovanissimo. Sei riuscito a gestire questo successo arrivato tutto in una volta?
Sì, però mi mette anche ansia. Una volta un mio amico giornalista mi ha detto: “Tu sei giovane, hai un oceano davanti…” e io gli ho risposto “Sì ma c’è anche tanto spazio in cui affogare”. A 25 anni se va male, hai una vita davanti che devi reinventarti, non come a 60 in cui puoi dire: “Tengo duro ancora un po’ e poi vado in pensione”. Da una parte hai tempo, dall’altra però hai tanto tempo vuoto, in cui devi trovare qualcosa da fare. Invece sarebbe bello avere già 50 anni, una carriera consolidata, per cui se dovesse andar male mi sarei però garantito un futuro. Invece ancora non è così e farlo è sempre più difficile in questo momento in Italia.

Qual è il tuo segreto per la felicità?
Bella domanda, se ci fosse un segreto per la felicità… (ride) Per me comunque è fare musica… Diciamo che quando la musica va bene sono contento, quando la musica va male o è un periodo in cui non riesco a scrivere canzoni, non riesco a godermi nient’altro perché la musica è il mio punto fermo nella vita.

Hai altri progetti al di là della musica per il futuro?
No, per il momento no. Voglio fare musica e parallelamente se c’è qualcosa in TV di interessante lo faccio volentieri. Però voglio fare il musicista per tutta la vita.

 

 

Emis Killa re agli Mtv Awards: intervista