Diane Arbus: una fotografa scomoda dalla parte dei diversi

Emarginati, prostitute, donne abusate e casi umani: erano i soggetti di Diane Arbus, la fotografa americana che con i suoi scatti ha cambiato il modo di vedere l'"altra faccia" della società

Gli scatti di Diane Arbus sono inconfondibili, dotati di una forza e una vividezza uniche, capaci di suscitare disagio e inquietudine in chi le guarda, rapendone l’attenzione allo stesso tempo.

Nata il 14 marzo 1943 a New York, Diane Nemerov ha vissuto un’infanzia fin troppo ovattata, protetta all’estremo dalla famiglia ebrea di origini russe. Il suo talento artistico sbocciò quando, dodicenne, iniziò a frequentare lezioni di disegno. A quattordici anni conobbe Allan Arbus, che diventerà suo marito quattro anni dopo: per sposarlo, Diane taglierà i ponti con la famiglia.

Dopo aver iniziato come assistente del marito, Diane Arbus si fece strada nel mondo della fotografia di moda negli anni ’50. La sua vita cambiò quando, alla fine del decennio, scoprì l’Hubert’s Museum, teatro nel quale si esibivano quelli che all’epoca erano considerati “freak“: nani, giganti, ipertricotici, focomelici, ma anche prostitute, transessuali, tatuati, donne vittime di abusi. Saranno proprio questi soggetti, protagonisti di un mondo che fino ad allora aveva ignorato, a diventare i modelli d’elezione per le sue fotografie. Con i suoi soggetti la Arbus instaurava sempre un rapporto d’amicizia, ma per loro non ha mai dimostrato compassione: in questo modo è stata in grado di lanciare un messaggio importante di inclusione e considerazione di vittime e diversi, è stata in grado di rivendicare, da pioniera, quanto i “casi umani” e gli emarginati avessero una loro dignità.

Diane Arbus, determinata nella sua ricerca, non si arrestò nemmeno quando il rapporto con il marito iniziò ad incrinarsi. E nonostante il divorzio da Allan, riuscì lo stesso a portare avanti la sua arte, affermandosi come una sorta di “angelo nero” della fotografia. Affascinata dal mondo che aveva appena scoperto, Diane scelse di proseguire dritta per la sua strada, scegliendo la ricerca fotografica piuttosto che la famiglia: scelta coraggiosa e inconsueta, se si pensa a qual era la situazione delle donne all’alba degli anni ’60.

Diane Arbus non ha sbagliato a fidarsi del suo istinto e della sua passione, e i risultati hanno tardato ad arrivare. Nel 1960 la rivista Esquire pubblicò sei fotografie della Arbus, e nel 1961 Harper’s Bazaar pubblicò The Full Circle. Nel 1963 vinse la sua prima borsa di studio della Guggenheim e nel 1965 tre sue fotografie vennero presentate al MOMA. La reazione del pubblico non fu per niente tiepida: si racconta che gli addetti alle pulizie del museo furono più volte costretti a ripulire dagli sputi le immagini esposti. Miglior fortuna ebbe l’esposizione successiva, con un numero sempre crescente di estimatori.

E’ conosciuta principalmente per le foto dei “freak”, ma Diane Arbus non è solo questo. Documentò anche, con scatti crudi e perfetti, la vita delle prostitute nei bordelli e le violenze a loro inferte dai clienti sadomaso. Dietro all’obiettivo restò sempre fredda e imparziale, creando immagini che, proprio per l’assenza di sentimentalismo, colpiscono direttamente al cuore dello spettatore.

Diane Arbus si suicidò, assumendo una massiccia dose di barbiturici e tagliandosi i polsi, il 26 luglio 1971. Nel 2006 è uscito il film Fur: un ritratto immaginario di Diane Arbus, Ispirato al romanzo di Patricia Bosworth con protagonista Nicole Kidman che racconta la sua storia romanzata, creando scenari e ipotesi che seppur di fantasia sicuramente avrebbero potuto far parte della così particolare vita di Diane.

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