Morire di Tik Tok

Ieri a Palermo una bambina di dieci anni è morta. Si chiamava Antonella Sicomero, aveva due sorelle, e una terza in arrivo che non conoscerà mai. È morta per un gioco

Irene Vella Giornalista televisiva

Ieri a Palermo una bambina di dieci anni è morta. Si chiamava Antonella Sicomero, aveva due sorelle, e aspettava con gioia l’arrivo della terza, che la mamma custodisce nel grembo. Non potrà conoscerla mai, e forse a quest’ultima toccherà una pesante eredità, quella di portare il nome della sorella scomparsa. È una sera uguale a tante altre quella di mercoledì quando la più grande delle tre bambine va in bagno, con il suo inseparabile cellulare, regalo della prima comunione, comunicando l’intenzione di farsi la doccia. Sembra una sera uguale a tutte le altre, ma non lo sarà mai più, perché Antonella rimarrà per sempre in quella stanza, anche se verrà trasportata d’urgenza in ospedale, per troppo tempo il suo cervello è rimasto senza ossigeno, non ci sono speranze.

La tragedia nella tragedia è che a trovarla è stata la sorella più piccola, quella di cinque anni, mandata dalla mamma a controllare. È difficile non immedesimarsi nel dolore di questa bambina, impossibile non sentire lo strazio di questa famiglia. Antonella è per terra, con al collo una cintura per accappatoio. Io quelle urla le sento dentro, perché quello che quel papà e quella mamma si sono trovati davanti è l’incubo di ognuno di noi, noi genitori. Che passiamo il tempo a chiederci se abbiamo fatto bene a dire quel no o a dare il permesso di andare a quella festa o a comprare quel gioco, perché poi arriva uno tsunami che ti strappa dalle braccia qualsiasi convinzione, qualsiasi regola, qualsiasi buon consiglio. Perché la morte di un figlio questo é: devastazione e sensi di colpa, orrore e dolore, domande senza risposta, infiniti perché urlati nel vuoto.

Io me li immagino a telefonare disperati ad un 118 che non risponde, e da mamma e da giornalista mi chiedo come sia possibile che un numero dedicato alle emergenze non faccia quello per cui è stato preposto, essere raggiungibile durante un’emergenza. Perché i disastri accadono, non chiedono permesso, non hanno un orario prestabilito, non hanno un cartellino da timbrare, arrivano e ti sconvolgono la vita, come quella di questi genitori che al posto di un operatore trovano un disco con un messaggio registrato, e allora la decisione di raccogliere la loro bambina che non respira più e correre verso l’ospedale più vicino.

Io li sento dentro quella macchina, sento le loro lacrime, le loro preghiere, le loro urla soffocate dal pianto, mentre con le mani  accarezzano il viso della loro bambina, e continuano a ripetersi come una mantra che andrà tutto bene, che adesso lei si risveglierà, che sarà tutto un ricordo, e raccomandarsi a Dio o a chi per lui che la salvino, che ha tutta una vita da vivere. Ma Antonella non si risveglierà più, alle 13:30 di giovedì 21 gennaio sprofonda in un coma irreversibile, i medici nel primo pomeriggio dichiarano la morte cerebrale, ed i genitori acconsentono alla donazione dei suoi organi, perché almeno la sua morte maledetta abbia un senso, quello di dare la vita a qualcun altro.

È la sorella di nove anni a spiegare perché la bambina avesse una cintura intorno al collo, “Stava facendo il gioco dell’asfissia” e lo dice con la sua piccola voce, parlando di una cosa tanto, troppo più grande di lei. Il sospetto è che Antonella stesse partecipando al black out challenge, una sfida che consiste nel provocarsi un’asfissia in diretta social, resistendo il più possibile. Ma c’è anche un’altra ipotesi, formulata dalla Procura minorile, quella di istigazione al suicidio, ipotesi drammatica se consideriamo che a farlo potrebbero essere stati dei bambini di nemmeno quattordici anni.

E allora ecco fiorire tavole rotonde intorno a questa morte, esperti e tuttologi del web ad urlare che non si fa, non si lascia un telefonino nelle mani di una bambina di dieci anni, non si lascia frequentare un social, anche se la maggior parte di loro lo fa, anche se apparentemente si tratta “solo di balletti e canzoni”, perché il web è pericoloso, è come dare le chiavi di una macchina ad uno che non ha la patente. E allora ecco le speculazioni della tv del dolore che rimescola nella vita disperata di questa famiglia distrutta, ed ecco la levata di scudi delle mamme pancine, che “signora mia non si fa, io ai miei figli non faccio vedere nemmeno i cartoni senza di me”, ci vuole presenza, ci vuole controllo.

Ed io invece vi dico: abbiate pietà, guardateli negli occhi questi genitori, e chi di voi è senza peccato, scagli la prima pietra, perché la verità è che tutti noi almeno una volta abbiamo fatto qualcosa che poteva rivelarsi fatale per i nostri figli, abbiamo concesso di guardare quel film, di utilizzare quel gioco, abbiamo dato il permesso di partecipare a quell’uscita, magari con quegli amici un po’ più grandi, solo per vedere quel sorriso sulla faccia dei nostri bambini, solo che ci è andata bene, solo che possiamo ancora raccontarlo.

I tempi sono cambiati, a dieci anni quasi tutti hanno il cellulare, non averlo significa essere tagliati fuori dalla vita sociale. E allora Antonella chissà quanto avrà pianto per averlo, e chissà che gioia avrà provato nel riceverlo, si sarà finalmente sentita come gli altri. Ci sarebbe voluto più controllo? Forse sì. Ma davvero pensate che una mamma ed un papà di tre figlie, con una quarta in arrivo, non si siano preoccupati? Non abbiano controllato? O forse si saranno “solo” fidati delle parole della loro bambina? “Mamma io su Tik Tok faccio solo i balletti, tranquilla”. Pensate davvero che quei genitori immaginavano di aver consegnato nelle mani della loro figlia una condanna a morte? Pensate che non si sentiranno in colpa per tutto il resto della loro vita? E allora per una volta fate una cosa che dovrebbe essere l’undicesimo comandamento: non giudicate la vita degli altri.

E abbiate pietà, perché come diceva una canzone: prima o poi… gli altri siamo noi.

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