C’era una volta Francesca Vacca Agusta: vita e morte di una contessa.

L'8 gennaio del 2001 la contessa Vacca Agusta moriva cadendo dagli ottanta metri di roccia prospicienti il terrazzo di Villa Altachiara. Incidente o omicidio?

Foto di Irene Vella

Irene Vella

Giornalista televisiva

Scrive da sempre, raccogli emozioni e le trasforma in storie. Ha collaborato con ogni tipo di giornale. Ha fatto l'inviata per tutte le reti nazionali. È la giornalista che sussurra alle pasticcerie e alla primavera.

Quando ripenso alla contessa Francesca Vacca Agusta due sono le immagini che mi tornano in mente: lei che scende dall’aereo insieme a Maurizio Raggio, interrompendo la sua latitanza dorata in Messico dopo lo scandalo Tangentopoli, in cui venne accusata di riciclaggio e in seguito condannata ad un anno e due mesi, che sconterà nel suo superattico a Milano, e una foto in bianco e nero insieme a Gianni Agnelli e al suo primo marito, il conte Corradino Agusta, da cui erediterà il titolo nobiliare, un vitalizio miliardario, una mezza dozzina di appartamenti e la villa che diventerà il palcoscenico della sua morte, tanto assurda quanto tragica.

Era di una bellezza sfolgorante Francesca, una massa di capelli ramati ad incorniciare un viso che ricordava quello delle attrici dell’epoca, una fra tutte Rita Hayworth nella magica interpretazione di Gilda, e aveva voglia di emergere, puntava alla scalata sociale, quella che ti permette di vivere di rendita, di girare il mondo frequentando il jet set internazionale, una colazione con lo scià di Persia, e una festa in compagnia di quelli che contano, i Pirelli, i Mondadori, di stringere amicizie con i politici più potenti del momento, quelli che riempiranno i suoi salotti, ma che poi, al momento giusto, le chiederanno un aiuto che le costerà un esilio volontario e i domiciliari.

Eppure in quei meravigliosi occhi verdi c’è sempre stato un velo di malinconia, come a voler ricordare che i soldi possono comprare tutto, ma non la felicità, quella che la contessa bramava più di ogni altra cosa, e che rincorreva, circondandosi di compagni, forse non completamente alla sua altezza, perché quando, con la separazione dal conte Agusta, diventa una delle donne più ricche sulla piazza, la paura che le persone possano avvicinarsi a lei per i suoi soldi e non per quello che la sua anima possa offrire, si fa sempre più presente, diventa un tarlo che le mangia l’anima, accompagnato prima dallo champagne, poi dal whisky.

Francesca Vacca Agusta (IPA)

Eppure vuole crederci Francesca e si fidanza nuovamente con un uomo biondo amante della bella vita e delle belle donne, che si diceva avesse un debole per quelle che frequentavano la costa, con il visone al collo e il portafoglio gonfio, e con lui si trasferisce a Villa Altachiara, ricevuta in eredità dall’ex che se ne volle disfare visto l’alone di nero mistero che l’accompagnava. Infatti forse non tutti sanno che questa dimora fu costruita a fine ottocento in stile vittoriano proprio dallo scopritore della tomba di Tutankhamon, un lord inglese, che proprio dopo quel ritrovamento, morì in malo modo, come anche anche la nipote, il cui corpo precipitò proprio da quella scogliera che anni dopo diventerà il teatro degli ultimi passi di quella donna tanto bellissima quanto infelice.

Altro amante, altra corsa, altre crociere, altri cocktail, i sonniferi per dormire, la cocaina per rimanere sveglia, il tesoretto di Craxi nascosto in valigette e occultato in conti segreti, la fuga rocambolesca in Messico, gli anni della tequila e delle tortillas, il sorriso che si offusca per lasciare spazio ai demoni della mente, il ritorno in Italia con il suo arresto all’aeroporto come una criminale qualunque, lei che vantava cene con lo Scià di Persia si ritrova rinchiusa nei meandri dei suoi ricordi e tra le pareti di una villa che improvvisamente diventa la sua prigione, dorata, ma pur sempre una prigione.

Si separa da Maurizio Raggio, che continuerà però a volere nella sua vita, non più come compagno, ma come faccendiere. A lui infatti lascerà l’amministrazione del suo patrimonio, all’interno di Altachiara ci sarà sempre una camera a lui riservata, la camera rossa, e si butta tra le braccia di un nuovo amore, tale Tirso Chazaro, detto Tito, il messicano, dalla faccia bruciata dal sole e dai capelli perennemente impomatati da sembrare incollati alla nuca, circondandosi di un’unica amica, una dama di compagnia nella quale rivede la sua giovinezza, Susanna Torretta, che diventa la sua confidente, la sua dispensatrice di allegria, alla quale apre le porte della villa, per non sentirsi mai da sola, lei che, forse, sola lo è invece sempre stata.

La contessa Francesca Vacca Agusta, colpita da ordine di cattura dei giudici di Milano nell’ ambito dell’ inchiesta mani pulite, sbarca questa mattina all’ aeroporto Leonardo da Vinci di Fiumicino, dopo essere stata estradata dal Messico dove si era rifugiata nell’ ottobre 1994. (Ansa)

Ma ormai Francesca non è più presente a se stessa, è diventata prigioniera della sua mente, almeno secondo quello che raccontano quelli che saranno i testimoni della sua morte, che non potranno però mai testimoniare nulla, non essendo presenti a quella, che verrà indicati dagli inquirenti come la caduta fatale da quel promontorio testimone di feste, sfarzi, forse amore e di sicuro morte. È l’8 gennaio del 2001 la contessa si è svegliata male, sono le 12 e lei gira nuda per casa con in mano una bottiglia di whisky, Maurizio è a Miami, nella casa ci sono Tito e Susanna che sono nelle loro camere, e la domestica polacca Teresa Pod­bial che si aggira invisibile in quelle trenta stanze circondate dal silenzio dei tre ettari di cedri, limoni, cipressi e rosmarino. Raccontano che la contessa avesse preso a giocare a nascondino per farsi trovare, da chiunque dei tre o quattro presenti, era affetta da una forma di “regressione infantile” che si scatenava nei momenti di difficoltà, quando la solitudine e il bisogno di affetto si facevano insopportabili, giorno e notte chiedeva disperatamente un po’ d’attenzione. E come una bambina si nascondeva, nella speranza che qualcuno venisse a cercarla. Una forma maniacale che nel passato s’era manifestata mille volte come si scoprirà dalle testimonianze di parenti, amici e soprattutto medici di quest’ultima.

Così accade anche quella mattina, si rinchiude in un armadio, la ritroveranno dopo un’ora con una bottiglia di whisky in una mano, con una confezione di Stilnox nell’altra e completamente nuda, Tirso la farà vomitare, riaccompagnandola nella sua camera. Poi una serie di telefonate, al fratello, all’avvocato per poi riapparire in accappatoio bianco con il telefono in mano. Vaneggia ancora fissando l’oscurità oltre la finestra, poi all’improvviso la decisione di uscire per andare a fare un bagno. Non la vedranno più. E non la troveranno per le due settimane a venire, quando le correnti restituiranno il suo corpo gonfio e senza vita a Cap Bénat, vicino Tolone. Il primo caso di cronaca nera che invase i salotti della tv italiana, suicidio, omicidio, disgrazia, venne detto tutto e il contrario di tutto, Tirso e Susanna vennero sospettati, interrogati, indagati  e alla fine prosciolti, la magistratura tre anni dopo chiuderà il caso come “morte accidentale” come conseguenza del suo stupido gioco di nascondersi dietro al muretto della terrazza, come aveva fatto in precedenza.

La noia, l’alcol, la mancanza di lucidità, il tappeto di foglie scivoloso, la pioggia e gli ottanta metri di roccia in verticale fecero il resto. Chiuso il caso vennero aperti i sei testamenti lasciati dalla contessa, Raggio e Tirso si accordarono sull’eredità lontano dai tribunali e sei anni fa Villa Altachiara è stata venduta a un oligarca russo. Ad oggi quel gioiello arrampicato sulle rocce che si tuffa nel mare, appare ancora fasciata da impalcature, sofferente, ma decisa a tornare al suo vecchio splendore. Nella speranza che il nuovo proprietario riesca ad essere più felice dei suoi precedenti inquilini.

Villa Altachiara a Portofino (Ansa)