“Ho donato un rene. Ora capace di ogni cosa”

Intervista alla giornalista televisiva e scrittrice Irene Vella, la prima donna in Italia a diventare mamma dopo un espianto di organi

Irene Vella è una giornalista affermata (tra i vari progetti che segue è inviata per la trasmissione X-Style) e una scrittrice di successo, ha due figli e un marito meraviglioso che la ama moltissimo. Appena parli con lei, ti rendi conto che è una donna speciale, perché ti trasmette una carica di energia, di positività e di voglia di fare che sono davvero fuori dal comune. E quando ascolti il racconto della sua vita, anche questa straordinaria, ti viene voglia di lasciarti alle spalle ogni frustrazione e di dire: una possibilità c’è per tutti, basta afferrarla.

Il marito di Irene infatti si è ammalato gravemente e lei non ha esitato un attimo ad aiutarlo donandogli un rene. Questa esperienza poteva trasformarsi in dramma e invece ha cambiato in meglio l’esistenza dell’intera famiglia.

La tua è una storia piena d’amore e di coraggio, perché nel 2003 hai donato un rene a tuo marito salvandogli la vita. Puoi raccontarci quei momenti?
Il coraggio in queste situazioni così difficili ti viene, se sei innamorata davvero del tuo compagno. Si potrebbe dire che l’amore si trasforma e diventa coraggio. Io e mio marito Luigi eravamo sposati da appena 6 mesi e la nostra prima figlia, Donatella (che porta il nome della nonna paterna ndr), aveva solo un mese e mezzo. Eravamo una coppia giovane e ci siamo trovati a vivere una circostanza più grande di noi. Però, appena scoperta la malattia (insufficienza renale cronica ndr) di Luigi, la mia decisione di donargli il rene è stata immediata. Invece lui era titubante, aveva paura. Ci vuole coraggio non solo nel donare ma anche nel ricevere: in fondo è un grande atto d’amore anche l’accettare una parte della persona con cui hai scelto di condividere la vita. E non è facile. A volte le persone sono egoiste. Io ho un’amica che ha vissuto un’esperienza simile alla mia, anche lei ha donato il rene a suo marito ma poi lui l’ha lasciata. Io invece sono stata fortunata. Mio marito è una persona splendida, non riuscirei a immaginare la mia vita senza di lui, tanto che il mio incubo ricorrente e peggiore è che lui mi lasci. Proprio per questo motivo non ho esitato a donargli il rene, anche se ho impiegato due anni a convincerlo di accettare, durante i quali lui è andato in dialisi. E poi quando si è deciso abbiamo fatto il trapianto in due mesi. Ora sono passati tredici anni.

Tre  mesi dopo l’intervento ti accorgi di aspettare Gabriele, il tuo secondo figlio. Che cosa ha significato per te questa gravidanza?
E’ stata una gravidanza cercata. Ho chiesto ai medici se dopo l’operazione sarei potuta diventare nuovamente mamma e loro mi hanno assicurato che avrei avuto le stesse aspettative di vita di una persona normale. Io infatti sono la prima donna in Italia ad aver partorito dopo un espianto d’organo.

Ti senti un esempio positivo, un modello per le donne che hanno vissuto un’esperienza simile alla tua?
Non mi sento un modello, perché ognuno di noi può insegnare o ispirare qualcosa di positivo negli altri. Sicuramente, la mia situazione mi ha fatto apprezzare la vita, mi ha dato una spinta e una carica per affrontare anche i momenti più brutti. Mi sono rimboccata le maniche, ma non ho mai dimenticato il dolore di quando si sta male. Non ho dimenticato la sofferenza fisica, né il dramma della scoperta della malattia. Per questo sono da sempre rimasta legata all’ospedale e alle persone ammalate. Appena posso, cerco di aiutare le donne e gli uomini che si trovano a dover decidere di donare un organo. Secondo me è giusto quando si sta bene, aiutare chi ha bisogno. Io cerco di farlo, di dare dei consigli anche via social a chi me li chiede in base alla mia esperienza.

Infatti ti sei battuta per una legge in favore dei donatori viventi. Che cosa sei riuscita a ottenere?
Quando ho fatto l’intervento, la legge non permetteva di chiedere permessi dal lavoro per fare le analisi che sono davvero tantissime. Io sono stata costretta a prendere 20 giorni di ferie, contraendo un debito con l’azienda. La legge a favore dei donatori viventi in realtà esiste dal 1987, ma mancava il regolamento attuativo che è stato approvato nel 2009 grazie alla mia battaglia nella quale sono stata sostenuta da un giornalista e da un deputato donna.

La tua esperienza ti ha cambiato la vita, anche da un punto di vista professionale. Ci puoi dire come?
Assolutamente sì. La donazione è stata una carica motivazionale pazzesca. Mi sono detta: ho donato un rene, adesso posso fare qualsiasi cosa. All’epoca noi abitavamo a Pisa e io avevo un contratto di lavoro con una società di telefonia. Quando Gabriele aveva sei mesi, a mio marito è stata offerta la panchina del Cesena, Luigi è allenatore di calcio a 5, così ho deciso di prendere l’aspettativa dal posto fisso. Avevo 34 anni. Ci siamo trasferiti e dopo un mese circa mi sono presentata nella redazione di un giornale locale, La voce di Romagna, dove il direttore mi ha chiesto un articolo sul SuperEnalotto. Se glielo avessi consegnato entro sera, mi avrebbe preso come collaboratrice.  Ce l’ho fatta e da lì ho capito che quello che volevo e sapevo fare era la giornalista. Poi ho lavorato per importanti riviste e sono riuscita a coronare il sogno di diventare giornalista televisiva (oggi lavora come inviata per X-Style su Mediaset e per Notorius su Italia 1 e ha collaborato su La7 con Cristina Parodi).

Un sogno che comporta molti sacrifici?
Certo, ma quando fai le cose che ti piacciono, i sacrifici li senti molto meno. Quando vado a registrare a Milano, parto da Dolo alle 6.30 del mattino e alle 17 mi rimetto in viaggio verso casa. E la stanchezza non la senti nemmeno più.

E poi ci sono due figli…
Eh sì, ma per fortuna ci sono loro. Basta una carezza o una loro coccolina e tutto ti passa. Loro sono proprio la mia linfa vitale. Se non ci fossero loro sarebbe tutto più pesante. Non potrei essere più felice di così, perché riesco a fare la mamma e a fare quello che mi piace dal punto di vista professionale. Non riuscirei a fare solo la mamma e a stare a casa, perché se dovessi limitarmi solo a quello, mi sentirei come in gabbia. Tra l’altro io sono sempre stata appoggiata e spronata da mio marito che mi sostiene continuamente a livello lavorativo. Anche coi figli e con la casa mi aiuta moltissimo, anzi è più bravo e ordinato di me. Sono fortunata e con lui scherzo dicendogli che il rene gliel’ho dato perché se lo meritava, altrimenti chi stira, chi rimette a posto il mio disordine? Siamo proprio una coppia ben assortita: io di sinistra, lui di destra; io disordinata, lui ordinato; io figlia unica, lui ha un fratello e una sorella; io sono più bimba, lui è autoritario.

Oltre ad essere una giornalista, sei una scrittrice di successo.
Il prossimo libro uscirà a maggio per la Piemme Mondadori e s’intitola Sarai regina e vincerai. Lì ho descritto la storia della mia vita. Il titolo è ispirato a un quadretto che mia mamma aveva ricamato per me quando ero piccola. Non ho potuto fare a meno di pensare a questa frase quando mio marito si è ammalato, visto che le cose non andavano proprio bene. Il quadretto sta diventando una tradizione di famiglia: mia madre ci ha riprovato e due anni fa l’ha donato anche a mia figlia Donatella. Sono molto orgogliosa di quest’ultimo libro. Questa per me è la sesta pubblicazione. Un altro testo a cui sono molto legata è Credevo fosse un’amica e invece era una stronza. 10 modi per sopravvivere alle stronzamiche.

In questo libro racconti di un episodio di bullismo subito da tua figlia Donatella. Come hai affrontato il problema?
Ho vissuto momenti drammatici perché non riuscivo a vedere soffrire Donatella. Lei poi è una bambina buona, disponibile, non risponde. Anche adesso che fa la terza liceo. L’episodio risale a quando faceva le medie. Malgrado fosse fisicamente più grande, lei non riusciva a reagire alla violenza delle compagne. Era come scioccata e ha manifestato il suo disagio rifiutandosi di dormire da sola. Così ci siamo fatte aiutare da uno psicopedagogista. Da questo episodio è nato il libro. Dopo la pubblicazione, l’ho presentato in diverse scuole medie e superiori. E questa è stata un’esperienza unica, che mi è piaciuta moltissimo: riuscire a catturare l’attenzione dei ragazzi, parlare il loro linguaggio, essere apprezzata, avere delle adolescenti che ti scrivono per chiederti consigli, è una soddisfazione enorme.

Nel libro Nati sotto l’esperienza del cavolo racconti la tua vita di mamma…
Come sempre lo faccio in modo ironico. In realtà il vero titolo del libro doveva essere “Mio figlio è un bimbo-merda”, perché lo Gnomo (questo è il soprannome del secondo figlio, Gabriele ndr) è davvero “un bimbo-merda”. Nel testo racconto le varie fasi della maternità: gravidanza, allattamento ecc… E poi lui le racconta a modo suo. Con Gabriele c’è un rapporto particolare. E’ stato un bimbo molto desiderato. Io volevo il figlio maschio per poterlo chiamare come mio cugino che purtroppo è scomparso giovanissimo, quando aveva 23 anni. Quando è arrivato mio figlio, per me è stata l’apoteosi. Tra l’altro lui è molto simile a me caratterialmente, mentre mia figlia è più tranquilla. Io non potrei mai pensarmi senza di loro. E’ grazie a loro che ho ottenuto tutto dalla vita.

“Ho donato un rene. Ora capace di ogni cosa”