Giulia Bongiorno per le donne contro violenza e falsa parità

Abbiamo intervistato uno dei più noti avvocati penalisti che nel suo nuovo libro propone quote fucsia e leggi spudoratamente a favore delle donne

L’avvocato Giulia Bongiorno è uno dei penalisti italiani più noti. Ha seguito importanti casi giudiziari: ha difeso noti personaggi nell’ambito di complessi procedimenti penali di carattere tributario, come Gianna Nannini, Tiziano Ferro, Ezio Greggio. Nel 2008 ha assunto la difesa di Raffaele Sollecito nel caso riguardante l’omicidio di Meredith Kercher, noto come delitto di Perugia.  Solo per citarne alcuni.

Da sempre impegnata a sostegno delle donne, nel 2007 ha dato vita con Michelle Hunziker alla Fondazione Doppia Difesa. Lei che non vuole farsi chiamare “avvocata” o “avvocatessa”, per Rizzoli ha pubblicato un libro dal titolo esplicativo, Le donne corrono da sole. Storie di emancipazione interrotta.

Dilei l’ha intervistata chiedendole di spiegarci cosa c’è ancora da fare in difesa delle donne e quando la parità tra i sessi smetterà di essere un falso mito.

Cominciamo dal titolo del suo ultimo libro, “Le donne corrono da sole”, nel senso che sono sempre di corsa, ma anche che c’è molta strada da fare per raggiungere la parità?
Entrambe le risposte, ma non solo. Nel titolo c’è anche la solitudine. La solitudine delle donne che, a differenza degli uomini, non riescono ad allearsi tra loro.
Purtroppo, non riusciamo a restare coese in vista di un obiettivo comune. Se la persona con la quale dovremmo cooperare non ci piace, non la stimiamo o comunque non ci sta simpatica, la cancelliamo dalla nostra vita. Invece, gli uomini sono dotati di una maggiore capacità di mediazione. La conseguenza è immediata e diretta: due uomini si coalizzano anche se non si sopportano; due donne, no.

Lei vede nella “disparità” l’unica possibilità di emanciparsi dalla discriminazione: cosa significa?
La storia insegna che le donne sono sempre state discriminate. Come Lidia Poët, che dopo aver faticosamente ottenuto nel 1883 la laurea in giurisprudenza, è stata cancellata dall’ albo degli avvocati per ragioni ridicole. Ne cito una sola: la toga era ritenuta poco consona agli abiti femminili!
Ecco, dal mio punto di vista, per ottenere un giusto equilibrio dei ruoli sociali non possiamo limitarci a chiedere la parità. Al contrario, servirebbero degli interventi normativi che siano spudoratamente a favore delle donne, come quelle che io chiamo “quote fucsia”, che impongano la presenza di donne di valore ai vertici delle istituzioni e delle aziende.
Non sono un’amante delle quote e vorrei non fossero necessarie. Ma la realtà è che servono: conosco molti uomini che in astratto dubitavano della capacità delle donne di rivestire una posizione dirigenziale; eppure, dopo essere stati costretti a sperimentare l’inserimento di una donna ad esempio in un consiglio di amministrazione, si sono dovuti ricredere.

L’emancipazione è ancora un miraggio. Di chi è la responsabilità? Gli uomini, le leggi inadeguate…
La responsabilità è degli uomini, delle donne e delle leggi. La maggior parte degli uomini finge di non potere o di non riuscire a partecipare concretamente alle attività connesse alla famiglia o alla crescita dei figli. Le donne non sempre lottano per ottenere quello che vogliono. Le leggi in passato hanno legittimato la violenza ed oggi non sono adeguate per determinare una vera svolta.

Lei che cosa propone per sbloccare la situazione?
Un esempio è sicuramente il congedo parentale obbligatorio o quantomeno conveniente per i padri. Ora è come se non esistesse.
Di fatto, quando arriva un figlio sembra sempre che tutte le incombenze debbano necessariamente gravare sulla madre. Ma non deve essere per forza così. Pensiamo a Mr. Facebook! Non solo il fondatore del social network, Mark Zuckerberg, ha annunciato che intende prendersi due mesi di congedo parentale, ma l’azienda ha esteso il congedo retribuito a tutti i dipendenti che diventano genitori, a prescindere dal sesso. Ovviamente il congedo parentale non è l’unico provvedimento necessario, non vanno ad esempio sottovalutati gli interventi in materia di servizi essenziali, come un sostanziale incremento degli asili nido, aziendali e non.

Attraverso la sua personale esperienza ha dimostrato che le donne oggi possiedono solo una libertà virtuale, ci può spiegare?
Certamente una parità formale esiste: non si può sostenere che alle donne sia impedito di studiare.
Il problema è un altro, che in concreto sia garantita loro la possibilità di esercitare questo diritto, una vera e propria “chance di fare”.
Molte donne credono ancora che l’antica divisione dei ruoli sia naturale, inevitabile. E, nonostante nutrano ambizioni lavorative, cedono di fronte ai soliti argomenti (solo le donne possono, solo le donne allattano), come ha fatto la mamma di Emma, una compagna di scuola di mio figlio. È un giovane architetto, madre di tre bimbi, che ha lasciato “temporaneamente” lo studio in cui lavorava da dieci anni e, tuttavia, si ritiene fortunata perché il marito l’aiuta, considerato che ad esempio non protesta quando le camicie non sono ben stirate!

Oltre a non avere gli stessi diritti degli uomini, le donne sono spesso oggetto di maltrattamenti. Nel suo libro propone “uno stipendio antiviolenza”. Di cosa si tratta?
L’idea è nata dall’esperienza maturata con Doppia Difesa, che mi ha permesso di comprendere come la maggior parte delle donne vittime di violenza si trovi nell’impossibilità di andare via di casa, perché dipendente economicamente dai mariti.
Per evitare che questa dipendenza si trasformi in una catena indistruttibile, andrebbe ripensato il ruolo della casalinga. Bisognerebbe gratificare (e non umiliare) la donna che sceglie di esserlo, riconoscendo il valore sociale ed economico di quello che è un lavoro a tutti gli effetti. In questo modo, le donne avranno anche la possibilità di fare una scelta di vita più consapevole e rispettabile, e saranno libere dal senso di inadeguatezza – quando non addirittura di colpa – derivante dall’infondata convinzione sociale che essere casalinga è uguale a essere nullafacente. Quello casalingo deve insomma diventare un lavoro retribuito.

Un capitolo del suo libro s’intitola “Se faccio un figlio non trovo più la scrivania”. Anche lei ha avuto un figlio a 44 anni perché?
Io ho ritardato moltissimo la gravidanza, perché negli anni in cui sarebbe stato naturale avere un figlio ero invece impegnata a girare per l’Italia per lavoro e dormivo pochissime ore di notte, non bastandomi quelle giornaliere. Ma non è giusto che sia cosi e considero una mia personale sconfitta questo ritardo.
Molti avvocati donne, se si assentano dal luogo di lavoro, vengono non solo scavalcate, ma a volte del tutto messe da parte. Purtroppo, esiste una coincidenza fatale tra i momenti in cui è necessario spingere al massimo per affermarsi a livello professionale e quelli in cui biologicamente una donna dovrebbe aver figli. Esattamente per questa ragione vorrei che ci fossero una serie di leggi spudoratamente a favore delle donne. Leggi uguali a condizioni uguali, leggi diverse devono regolare le situazioni diverse.

C’è un modo per cui la donna arriverà a vivere con pienezza la sua esistenza senza dover compiere scelte radicali, la maternità o la carriera, l’indipendenza o gli affetti famigliari?
Dipende da noi. Non dobbiamo pensare che la scelta, il cambiamento, spetti a qualcun altro. Non dobbiamo sperare che gli uomini ci regaleranno qualcosa. Serve una grande alleanza tra donne e una spinta forte verso dei seri interventi normativi a favore dell’emancipazione. E, invece, ancora oggi le donne che hanno raggiunto posizioni di vertice allontanano il problema, rompono quell’alleanza necessaria con un lapidario “io non ne ho avuto bisogno”. Ma questo è il più grande errore che possiamo fare.

 

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