Elena Mukhina: storia di un volo spezzato

Elena Mukhina era una delle ginnaste più promettenti del mondo, ma un tragico incidente ha interrotto per sempre i suoi sogni

Lo sport è impegno, disciplina e sacrificio: quante volte si è sentita ripetere questa affermazione! Lo sanno perfettamente gli atleti che fin dalla giovane età decidono di dedicarsi a una specialità e sottoporsi ad allenamenti estenuanti pur di arrivare all’obiettivo tanto atteso: primeggiare.

Era proprio questo il desiderio di Elena Mukhina, un’atleta sovietica la cui volontà più grande era partecipare alle Olimpiadi, ma che purtroppo ha dovuto fare i conti con gli imprevisti della vita. Un incidente durante un allenamento, non solo le ha spezzato il sogno di trionfare nella disciplina che più amava, ma anche e soprattutto la vita.

Elena Mukhina: un’avversaria temibile

Nata nel 1960 a Mosca e rimasta orfana a 5 anni viene allevata dalla nonna. Elena si appassiona subito allo sport, prima al pattinaggio di figura e poi alla ginnastica artistica. La sua bravura non passa inosservata e viene notata da un talent scout che la iscrive alla società di ginnastica artistica CSKA di Mosca.

Sulla scena internazionale deve vedersela con la ginnasta rumena Nadia Comaneci. Poco alla volta con duro lavoro e dedizione inizia a farsi notare ottenendo delle medaglie d’oro ai Campionati Europei di Praga del ’77 e piazzandosi proprio alle spalle della Comaneci nel Concorso Generale Individuale.

L’eleganza dei movimenti si sposa alla perfezione a una tecnica che si affina sempre di più. Il 1978 è l’anno della riscossa. Elena Mukhina si allena strenuamente e durante le gare introduce un doppio salto mortale all’indietro talmente innovativo che ancora oggi viene definito “Salto Mukhina”.

Un tragico incidente

Nello sport, non basta solo la bravura a volte è la sorte a determinare il destino. Il ’79 è l’annus horribilis per Elena, durante una tournée in Gran Bretagna infatti si rompe una caviglia. L’infortunio le costa i mondiali a Fort Worth e due interventi chirurgici.

Ma la parola arrendersi non fa parte del suo vocabolario: riesce a rimettersi in piedi e a partecipare dopo pochi mesi agli Europei di Copenaghen piazzandosi alle spalle della Comaneci nel corpo libero.

La sconfitta e le Olimpiadi di Mosca del 1980 sempre più vicine spingono il suo allenatore Mikhail Klimenko ad alzare l’asticella facendole pressioni psicologiche. L’uomo la costringe a inserire all’interno del corpo libero il salto Thomas, figura creata dell’americano Kurt Thomas durante Mondiali del ’78 che gli aveva permesso di vincere la medaglia d’oro. L’allenatore è certo che con questo esercizio Elena avrebbe avuto il pass per il gradino più alto del podio. In realtà la ginnasta è reticente, la caviglia le fa ancora male e non si sente pronta a eseguire un salto con un livello di difficoltà così elevato.

L’allenatore non vuole sentire ragioni e il salto Thomas viene inserito nell’esercizio. Gli allenamenti sono estenuanti e la caviglia è provata, tutti segnali che portano al tragico incidente. A due settimane dall’inizio dei giochi olimpici Elena durante l’esecuzione del salto Thomas non riesce a darsi la spinta giusta e cade sbattendo il mento a terra.

Trasportata inizialmente all’Ospedale Militare di Minsk, poi trasferita a Mosca viene sottoposta all’intervento chirurgico solo tre giorni dopo. La diagnosi è una delle più dure per una giovane atleta: si è fratturata l’osso del collo e rimarrà paralizzata dal collo in giù.

Il silenzio sulle condizioni di salute

L’ex Unione Sovietica nasconde l’accaduto per circa due anni, dichiarando che Elena ha deciso di ritirarsi per motivi personali ma che forse sarebbe tornata ad allenarsi. Solo grazie alle insistenze del CIO che voleva consegnarle di persona la “Medaglia d’Argento al Valore Olimpico”, a due anni di distanza tutto il modo scopre la verità sulle condizioni dell’atleta.

L’ex promessa della ginnastica artistica muore nel 2006 ad appena 46 anni per arresto cardiaco a causa della sua condizione. Ha tentato per tutta la vita di rimettersi in piedi senza purtroppo riuscirci, segno che lo spirito che l’ha portata a diventare la migliore non l’ha mai abbandonata.