Minori e salute: quanto pesa l’ingerenza dei genitori sulle scelte mediche

Consultori e Sert i luoghi in cui il minore può accedere da solo alla sanità

Non conoscono bene i loro diritti, ma vorrebbero più autonomia decisionale. Aspirano a un rapporto meno mediato con il loro medico e temono l’ingerenza dei genitori. Magari rinuciano a rivolgersi a un consultorio, per il timore di doverne prima parlarne con mamma e papà. Ecco il rapporto dei ragazzi con la sanità, fotografato da uno studio-pilota condotto nel 2009 dall’Unità operativa di Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza del Policlinico di Milano, in collaborazione con la Camera minorile di Milano su un campione di 354 studenti tra i 14 e i 18 anni provenienti da due istituti scolastici superiori lombardi.

Il 71% ritiene di essere generalmente coinvolto nelle scelte che riguardano la loro salute, ma in caso di disaccordo con i genitori, per il 67% dei ragazzi la volontà del minore deve essere determinante. A che età si diventa capaci di decidere autonomamente per la propria salute? A 16 anni per il 60% del campione, a 14 per il 20%. Ma saranno pronti, a quell’età, a prendere delle decisioni autonome? L’abbiamo chiesto al dottor Stefano Benzoni, neuropsichiatra e psicoterapeuta dell’Unità operativa di Neuropsichiatria infantile del Policlinico di Milano.

Innanzitutto, quali sono i medici ai quali i minori possono rivolgersi da soli?
Sostanzialmente gli ambiti con cui la legge regola un accesso spontaneo dei minori sono due. I consultori, dove avvengono gli accertamenti legati alla terapia anticoncezionale e quelli legati all’interruzione volontaria della gravidanza, e i Sert, dove si affrontano problemi legati alla tossicodipendenza. In questi casi il minore è autorizzato ad accedere autonomamente alla sanità e gli operatori sanitari sono tenuti a erogare il servizio. Ma in pochi sanno di non aver bisogno del permesso dei genitori, per esempio, per decidere se usare anticoncezionali. Molti ragazzi, invece, sono erroneamente convinti di potersi rivolgere in autonomia al dentista o al medico di famiglia.

Gli under 18 del campione chiedono maggiore autonomia decisionale. A 16 anni, o a 14, sarebbero davvero in grado di rivolgersi al medico e decidere una terapia senza il filtro della famiglia?
La ridefinizione di una nuova soglia dell’autodeterminazione delle cure è un fatto di civiltà necessario che ci adegua ad altri Paesi. Nel Regno Unito o nel Canada, la soglia dei 16 anni è già indicata come età in cui si è raggiunta la piena autonomia decisionale in ambito sanitario. Questo richiede delle norme specifiche: in Ontario, per esempio, un 16enne può andare dal medico da solo, ma in caso di ricovero i medici sono tenuti a informare i genitori. Informare, attenzione, e non chiedere loro l’autorizzazione al ricovero. Insomma, stabilire una nuova soglia non risolve il problema. Non basta intervenire per vie legislative: bisogna sensibilizzare gli operatori sanitari sui temi del consenso e spingerli a consapevolizzare i propri pazienti. Vanno poi informati i ragazzi, altro aspetto fondamentale su cui occorre intervenire, e i genitori, che hanno un ruolo attivo importantissimo. Sono loro, infatti, a collaborare alla costruzione del pensiero.

I genitori favoriscono questa indipendenza o la ostacolano?
La funzione genitoriale non viene messa in discussione da un abbassamento della soglia, anzi. L’idea non è quella di responsabilizzarli, ma di mettere i figli nella posizione di poter decidere, possibilmente in comune accordo. Spingendoli a informarsi, a maturare competenza decisionale. La famiglia non deve fare un passo indietro, ma uno avanti. In realtà tante volte si vede succedere l’opposto: madri e padri poco competenti e responsabili che scaricano sui figli la responsabilità di prendere decisioni.

Se la legge dovesse essere modificata domani, gli specialisti e i medici di famiglia sarebbero pronti a comunicare con i ragazzi senza il filtro della famiglia?
Non posso dire che non lo sarebbero, ma questo è senza dubbio una questione molto delicata. Molto personale già coinvolto con i minori, penso anche all’ambito pediatrico, non è abituato a considerare i ragazzi individui autonomi. Gli ordini professionali e i codici deontologici dicono già ora che il medico ha il dovere di comunicare con il minorenne, qualora abbia capacità di discernimento. Non è sempre facile parlare con i “piccoli malati”, ma ciò nonostante si deve mirare a questo: a spiegare ai bambini, per esempio, cosa devono aspettarsi in un ospedale. La qualità della comunicazione tra medico e paziente, comunque, è un tema delicato che va al di là dell’età del malato. E.C.

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