Quando la pelle si ribella

Il nemico potrebbe nascondersi dove meno ce l’aspettiamo. Nello shampoo appena messo nel carrello della spesa, in quegli orecchini così graziosi, nella nuova eau de toilette, nel detersivo che promette di proteggere il nostro bucato a mano. Ma anche – per fare solo alcuni tra gli esempi più frequenti – nella tintura per i capelli, negli spiccioli che teniamo nel portamonete, in make-up comuni come il fard e il mascara o nel tessuto (soprattutto se di colore scuro) dell’abito che se ne sta tranquillamente appeso nell’armadio.

Non è questione di allarmismi, ma evidenza statistica: la dermatite da contatto è la malattia cutanea che richiede più frequentemente un intervento medico, e costituisce da sola il 95% delle dermatosi professionali. Può essere di natura irritativa (nell’80% dei casi) oppure allergica (per il restante 20%) e si stima che soltanto quest’ultima riguardi circa 60mila italiani, ovvero il 4% della popolazione che presenta problemi cutanei seri.
Ancora: l’Accademia Americana di Dermatologia ha calcolato che, tra igiene e “cure di bellezza”, un americano adulto usi in media 7 prodotti diversi ogni giorno, e se si tiene conto dei recenti studi secondo cui il 10% circa della popolazione occidentale presenta reazioni avverse a qualche cosmetico, ci si può fare facilmente un’idea delle dimensioni del fenomeno, peraltro in continua crescita. Come e perché, lo spiega la dottoressa Fiorenza Pompoli, specialista in dermatologia a Bologna.«Per prima cosa bisogna dire che la dermatite da contatto è una reazione infiammatoria legata, appunto, al contatto diretto con degli agenti esogeni. Rappresenta il 60% di tutti gli eczemi, ovvero di quel gruppo di affezioni cutanee caratterizzate da prurito e lesioni che all’inizio sono elementari, ma se lo stimolo persiste si possono aggravare portando via via a vescicole, croste e ispessimento della cute. Di fatto è la reazione del sistema immunitario a una sostanza estranea all’organismo: quando l’allergene (che è il fattore scatenante) tocca la pelle, si innesca un meccanismo che può essere anche a orologeria. Esiste cioè sempre un primo “gradino”, un contatto originale nel corso del quale i nostri linfociti si sensibilizzano e identificano la sostanza incriminata. Dal secondo incontro, queste sentinelle sono in grado di riconoscere l’allergene e di provocare la reazione, anche se tra il primo e il secondo contatto è trascorso diverso tempo, a volte addirittura anni».

Nella maggior parte dei casi è dunque difficile capire subito quale sia il nemico preciso contro cui il nostro organismo è partito al contrattacco, soprattutto oggi che tra prodotti cosmetici e per la casa, alimenti, indumenti e accessori entriamo quotidianamente in contatto con una quantità innumerevole di sostanze, sia chimiche che naturali. Perché se è vero che sul banco degli imputati ci sono per esempio conservanti, metalli, resine e in generale ingredienti di prodotti sempre più industriali e artefatti, è altrettanto vero che a determinare la reazione cutanea sono molto spesso anche oli essenziali, polveri e perfino cibi e spore di piante presenti nell’ambiente intorno a noi.

«La dermatite da contatto», prosegue la dottoressa, «può essere irritativa (DIC) o allergica (DAC). La prima è la più diffusa e in genere è causata da agenti chimici, di solito sostanze alcaline e acide: il danno sulla cute è diretto, e l’infiammazione si manifesta nella sede esatta del contatto che di solito sono le mani. Capita per esempio quando si usa un detergente domestico senza indossare i guanti e si assiste quasi subito a una reazione irritativa. Nei casi di DAC, invece, il rapporto causa-effetto non è così veloce ed è mediato dal sistema immunitario. In pratica è il risultato del potere sensibilizzante della sostanza sommato alla predisposizione individuale. Per identificare quali siano le cause esatte è necessario un esame specifico, il patch test: sulla schiena vengono applicati dei cerotti con diverse sostanze e dopo qualche giorno il medico osserva le reazioni nelle varie porzioni di cute. Allergeni comuni sono metalli come il nickel e il cobalto, materie plastiche (tra cui alcune resine usate nelle protesi dentarie), tinture e una lunga serie di ingredienti per profumare e conservare, come i famosi parabeni». Alcune di queste sostanze peraltro sono ubiquitarie – si trovano cioè tanto negli alimenti che negli oggetti che ci circondano – e dunque arrivano al nostro organismo per canali diversi e con “effetto stereo”. Ad aggravare la situazione concorre poi un mercato sempre più allargato su scala mondiale, nel quale è fin troppo facile incappare inconsapevolmente in prodotti che provengono da paesi dove i controlli non sono adeguati.

E se nei casi di DAC conta ovviamente molto l’ereditarietà, in generale esistono alcuni fattori predisponenti per entrambi i tipi di dermatite da contatto: dallo stress che indebolisce il sistema immunitario all’uso ripetuto di particolari prodotti e detergenti, che rendono più a rischio categorie professionali come artigiani, parrucchieri, odontotecnici o casalinghe. Ma incidono anche condizioni ambientali caldo-umide (il sudore per esempio facilita la liberazione del nickel dalle leghe) o viceversa una secchezza estrema che accentua la fragilità dell’epidermide.

E se sono necessarie cure specifiche in caso di manifestazione conclamata (in linea di massima trattamenti con cortisonici per via topica, ed eventualmente antistaminici per il prurito), fondamentale è come sempre la prevenzione.
Conclude la dottoressa Pompoli: «Questo significa, per tutti ma soprattutto per chi ha una predisposizione allergica, leggere sempre le etichette di ciò che si compra, testare i nuovi cosmetici su una piccola area prima di applicarli per esteso, indossare guanti con interno di cotone quando si lavora con i detergenti. È fondamentale poi mantenere una buona idratazione della cute, applicando delle emulsioni che ne reintegrino le funzioni naturali di difesa».

Con la consulenza della dottoressa Fiorenza Pompoli, Specialista in Dermatologia a Bologna
a cura di Natalia Mongardi

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