Celiachia, la nanoparticella con glutine che la ferma

A metterla a punto è stato un team scientifico della Northwestern University Feinberg School of Medicine di Chicago

La celiachia è una condizione che riguarda sempre più persone. Considerando il caso specifico dell’Italia, si stima che a soffrirne sia circa l’1% della popolazione (dati risalenti al 2017 e forniti dall’Associazione Italiana Celiachia).

La vita di questi pazienti, già mutata notevolmente negli ultimi anni (la sensibilità nei confronti delle loro esigenze è oggettivamente maggiore anche in virtù delle conoscenze scientifiche), potrebbe migliorare ulteriormente grazie a una nanoparticella iniettabile contenente glutine.

Frutto dell’impegno di un team di ricerca della Northwestern University Feinberg School of Medicine di Chicago, il progetto in questione è tra quelli presentati nel corso della European Gastroenterology Week di Barcellona.

La suddetta particella, iniettata nel flusso ematico di soggetti con diagnosi di celiachia, consente di consumare glutine per un limitato lasso di tempo senza andare incontro alle reazioni infiammatorie che, come ben si sa, coinvolgono l’interstino tenue di chi non riesce ad assorbire in maniera corretta il suddetto complesso proteico – insolubile in acqua – presente in alcuni cereali. Nello specifico è stata notata una riduzione delle reazioni pari al 90% circa (ovviamente in confronto ai soggetti non trattati).

Gli esperti che hanno lavorato a questa nanoparticella – e che hanno ottenuto il risultato sopra ricordato dopo un impegno quasi decennale – si sono mossi con lo scopo di riuscire, attraverso il nanodispositivo, ad aiutare l’organismo umano a considerare il glutine una sostanza innocua.

Si tratta di un passo avanti notevole rispetto all’unico approccio attualmente praticabile in caso di celiachia, ossia la dieta di privazione. La situazione potrebbe potenzialmente cambiare molto dato che la nanoparticella è stata utilizzata come “cavallo di Troia”, ossia con il fine di ingannare l’organismo e di evitare le reazioni immunitarie.

Per ottenere questo risultato l’allergene è stato incapsulato in un guscio speciale. Questo ha permesso al glutine di non essere, almeno in un primo tempo, riconosciuto dal sistema immunitario. Solo a seguito della degradazione della nanoparticella il complesso proteico è stato esposto alle cellule del sistema immunitario, ormai “convinte” della sua sicurezza grazie alla presenza del guscio poco fa ricordato.

Le implicazioni terapeutiche di questa scoperta sono talmente importanti da aver portato la FDA statunitense a progettare il test del nanodispositivo nell’ambito del trattamento di altre patologie autoimmuni e dell’allergia alle arachidi.

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Celiachia, la nanoparticella con glutine che la ferma