Bimbi: autosvezzamento, sì o no? Parla il pediatra

Dal latte ai cibi solidi senza passare per gli omogeneizzati: quando è il piccolo a "decidere" cosa mangiare

Lautosvezzamento o Baby Led Weaning è una teoria di importazione, assai diffusa in Gran Bretagna e nei paesi anglosassoni: costituisce il percorso alternativo allo svezzamento tradizionale. Il bambino abbandona il latte materno e si avvicina ai cibi solidi, senza passare per omogeneizzati, frullati e altri liquidi, come di solito avviene nel percorso tradizionale. Una via, quella dell’alimentazione complementare a richiesta, su cui sussistono anche interrogativi che abbiamo rivolto al professor Carlo Agostoni, professore di Pediatria dell’Università di Milano ed esperto in materia.

D: Professore, può spiegarci che cosa si intende esattamente per autosvezzamento?
L’autosvezzamento è un tema che richiede attenzione e ascolto da parte dei genitori chiamati a interpretare i segnali del bambino che incomincia a manifestare interesse nei cibi solidi. Un bambino attorno ai cinque-sei mesi circa si ritiene “pronto” quando inizia in maniera autonoma ad attingere alla tavola dei genitori. Ma un bambino – giunto all’età dello svezzamento – non è così libero e indipendente: i genitori si prodigano nel preparare al piccolo alimenti sminuzzati, frullati, in forma pressoché liquida. Questo approccio ai cibi solidi è legato a fattori culturali, più che a prove scientifiche alla base delle varie prescrizioni alimentari per lo svezzamento, adottate nei singoli Paesi e di cui i pediatri sono generalmente consapevoli. Il discorso è molto sviluppato nel Nord Europa e nei Paesi anglosassoni, in cui vigono approcci e convinzioni distanti rispetto a quelli latini. Personalmente rimango perplesso dal dare un segnale di “liberi tutti” quando non si conoscono a fondo le abitudini alimentari dei genitori. Un bambino non è un piccolo adulto, e un lattantino non è a sua volta un piccolo bambino. Inoltre, credo che il provvedimento fondamentale nel corso del divezzamento sia il mantenimento dell’allattamento al seno, che richiede che il piccolo venga prima attaccato al seno, e poi completi il pasto con dei solidi. Il ruolo dell’autosvezzamento in questo contesto non è a mio parere noto con certezza.

D: Chi decide che è arrivato il momento di svezzare il bimbo/a e in che modo?
Con la giusta cultura il pediatra di famiglia può supportare in maniera determinante lungo questo percorso. Una volta venivano applicate con una certa rigidità le curve di crescita per decidere quando, quanto, con che modalità e in quale quantità introdurre gli alimenti complementari, destando spesso senso di incertezza e preoccupazione nei genitori sulla qualità del latte materno stesso. E così è stato, fino alle più recenti revisioni introdotte dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per contribuire a smontare questa rigidità. Erano quelle incertezze e paure che portavano a supplementi inutili, se non addirittura eccessivi, riflesso di in una società e di famiglie sempre più disgregate e disorientate, anche dalla perdita di figure parentali di aiuto e supporto.

D: Uno dei timori più diffusi, effettuando la scelta dell’autosvezzamento, è che il piccolo rischi di soffocare. Questo pericolo è concreto? Che tipologia di alimenti si dovrebbe preparare per la ‘pappa’ per ovviare a questo pericolo?

Il bambino matura i riflessi di deglutizione ed estrusione verso il quinto-sesto mese, traendone l’occasione per allontanarsi dal seno della madre, in quanto non completamente sufficiente a saziare il lattante. Dobbiamo pensare all’evoluzione nell’alimentazione: non ritengo che un genitore che abbia acquisito consapevolezza del percorso scelto, debba avere timore del soffocamento se procede – ripeto – con la dovuta cautela e seguendo le indicazioni del pediatra, che valuterà la via migliore da intraprendere, relativamente a modalità e quantità degli alimenti da somministrare.

D: Sui social network vengono veicolate informazioni spesso difficili da decifrare che mettono in relazione alimentazione complementare e prevenzione di disturbi legati all’alimentazione e all’obesità. Come orientarsi in questa marea di dati, opinioni ed esperienze?

Grazie agli studi sul latte materno e l’allattamento al seno nel corso del primo anno di vita, è stato chiarito che il bambino sa saziarsi, sa dire di no, da solo. Secondo studi più articolati e recenti, già nel latte materno sembrano contenuti perfino aminoacidi che soddisfano il bambino, che lo appagano, agendo nella prima parte delle vie digestive. L’eccesso è un bisogno del genitore, che dovrebbe avere quel pollice verde nello svezzamento o nell’autosvezzamento (se decidi di percorrere questa via), che sviluppa la propensione all’ascolto del senso di appagamento del piccolo: l’autoregolamentazione è la prima importante pratica da riuscire a mantenere nel piccolo, nella prevenzione dell’obesità.

 

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