Vi prego, volemose bene anche dopo

Quel che di buono abbiamo trovato in questa tempesta da Coronavirus: valori e sentimenti da conservare con cura

L’altra sera sono andata al supermercato. Un evento, oggi che stare in casa è una regola e l’uscire è dettato dalla stretta necessità. Parcheggio l’auto, all’ingresso una fila di una decina di persone ben distanziate le une dalle altre, tutte munite di mascherina. La regola è che quando esce un cliente, ne può entrare un altro. È il mio turno, inizio a spuntare la mia lista della spesa. Quasi faccio i salti di gioia quando trovo la farina e il lievito. Negli ultimi giorni questi beni, ai quali non abbiamo mai dato esagerata importanza (ditemi la verità: quante di voi erano abituate a fare regolarmente dolci in casa, pizza o pane? Io no), scarseggiavano. Perciò è presto spiegata la gioia davanti al ricco bottino che mi sono aggiudicata.

Guido verso casa. Ma davvero posso essere così felice per una spesa? Penso a tutte le volte in cui mi sono lamentata perché stanca, magari coi bambini al seguito, dopo una lunga giornata dovevo passare al supermercato a fare rifornimenti. E invece adesso mi ritrovo qui con gli occhi che brillano guardando i miei sacchetti della spesa.

Come cambiano le cose. Come sono cambiate in poche settimane. Contagi e decessi in calo hanno risvegliato in tutti noi un flebile ottimismo. Poi un’altalena di numeri ci ha di nuovo fatto ripiombare nel pessimismo, sperare, e poi ancora nuvole nere. Quando passerà? Ce lo chiediamo tutti e forse non lo sa nessuno.

Abbiamo fatto un gioco con voi: vi abbiamo chiesto quale sarà la prima cosa che farete quando tutto tornerà alla normalità. Correrete da sorelle, genitori, amici. Chi non vede l’ora di fiondarsi dal parrucchiere, fare colazione con le colleghe sedute al tavolino di un bar, andare al mare.

Un “ma” rimane: davvero tornerà tutto come prima, o il nostro modo di vivere sarà cambiato per sempre? Dopotutto questa è la crisi peggiore che l’Italia abbia dovuto affrontare dalla Grande Guerra, ha stravolto le nostre esistenze come nulla ha fatto mai: chi l’ha vissuta non lo dimenticherà mai, anno bisesto anno funesto, il 2020 anno del Coronavirus. Non sarà strano se ci resteranno addosso delle paure.

Però è anche vero che potremmo tenere vivo dell’altro. Il guardare il mondo con più rispetto per esempio. Non dare mai nulla per scontato: nemmeno un panetto di lievito o un chilo di farina. Non far morire il senso civico, la (ri)presa di del fatto che siamo cittadini facenti parte di una comunità, e che il bene comune è il bene di tutti. Il senso dell’unità, intesa intesa come “siamo un solo Paese”, da Nord a Sud, Isole comprese.

Sebbene non siamo stati tutti bravi nel metterlo in atto (ahinoi), la maggioranza ha seguito delle regole ferree: ci siamo riusciti, in barba a chi dice che gli italiani sono un popolo di cazzari. Ci siamo impegnati nell’esercitare la resilienza, sconfiggere l’ansia, la solitudine, lo stress, la tensione e la noia.

Chi più, chi meno, ha donato quel che poteva: sangue, denaro agli ospedali, generi alimentari a strutture e famiglie in difficoltà. Qualcun altro ha pagato servizi dei quali non ha usufruito per non mandare in fallimento strutture e attività.

Ci siamo ricordati di quanto è importante non sprecare, perché non possiamo comprare quello che vogliamo quando vogliamo, né in negozio e neppure online.

Chi crede ha pregato Dio. Chi non crede ha rivolto i suoi pensieri a tutti quelli che hanno continuato a lavorare, spesso mettendo a rischio la loro stessa salute: il personale ospedaliero, le forze dell’ordine, la protezione civile, gli autisti dei mezzi pubblici, i farmacisti, gli operai delle fabbriche che non si sono fermate, e scusateci se abbiamo dimenticato qualcuno.

Ci siamo riscoperti più fragili, più vulnerabili ma in fondo più umani.

Qualcosa di bello c’è stato, anche in questa tempesta. Proviamo a farne tesoro, a non dimenticare.

A volerci bene anche dopo.

Fonte: DiLei

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Vi prego, volemose bene anche dopo