Simone ha 16 anni e corre veloce

Simone ha sedici anni e la mattina la sveglia suona presto, molto prima di quella dei suoi compagni...

Irene Vella Giornalista televisiva

Simone ha sedici anni e la mattina la sveglia suona presto, molto prima di quella dei suoi compagni. Deve lavarsi, vestirsi, inforcare la bicicletta e pedalare veloce come il vento. Alle otto inizia la lezione a distanza, in una tasca il telefonino di seconda mano, nell’altra l’autocertificazione che serve in quarantena per uscire di casa, in caso venisse fermato.

Un foglio dove mettere nero su bianco la differenza con i suoi coetanei che hanno tutto, perché Simone quel tutto non ce l’ha, non ha nemmeno l’adsl, il wi-fi, figurarsi un computer. E allora corre veloce come il vento la mattina, alle 7 e 30 percorre i chilometri che lo separano dalla casa dei nonni, dove troverà la connessione e un vecchio pc e alle 8 si connetterà con il sorriso sulle labbra, felice di riuscire ad essere come gli altri anche questo martedì.

Un martedì che gli altri compagni vedranno con la parte di sotto ancora in pigiama, quelli che non hanno il video ancora con il cuscino stampato in faccia, ma Simone no. Simone corre veloce e spera che nessuno lo fermi.

È così difficile essere diversi a quell’età. È così difficile essere uguali agli altri.

E allora Simone corre veloce, inganna tutti, anche il vento. Ha imparato a seguire la scia e a non corrergli contro, il vento è come la vita, se lo prendi di petto a volte ti prende a schiaffi, altre ti fa cadere, devi imparare ad accompagnare, nascondendo le lacrime quando fa male per sorridere ad un’alba rosata quando il sole decide di venirti a trovare.

Eppure sarebbe potuto essere diverso, se babbo non avesse perso il lavoro, che gli altri parlano bene, ma che ne sanno di quelli come noi, di quelli che hanno imparato a correre veloci per essere come gli altri, quelli che hanno imparato a mentire per raccontarsela, e raccontarla agli altri.

Eppure sarebbe potuto essere facile quando la prof. di italiano ha chiesto se tutti avevano la possibilità di collegarsi da casa dire semplicemente “Io No“, dire semplicemente la verità, quella verità che fa male, quella verità che dimostra che tu adolescente NON sei come tutti gli altri.

Potrai avere gli stessi pensieri, ma non gli stessi problemi.

Che io l’ho capito davvero che questo virus è un nemico formidabile, noi poveracci stretti all’angolo e lui nella posizione che vince per morte o vince per fame, eppure non mi lamento, non ce l’ho con nessuno, forse ce l’ho solo con la vita che con quelli come me a tratti è ingiusta.

Mi manca la scuola, mi mancano i compagni, i bidelli e perfino i banchi, mi manca sentirmi uguale agli altri, perché tra un’ora di italiano e una di matematica era più facile fingere, tra una battuta ed un sorriso a Giulia in seconda fila, che adesso non riesco a vederla nello schermo, lei non ha la webcam, io manco un pc e durante il giorno sono fuori dal mondo.

Ma io l’ho capito che qua non si scherza che se si torna a scuola si rischia la vita, e magari di infettare le persone anziane, che a me è rimasta solo la nonna per essere uguale agli altri, lei che mi accoglie in casa con il latte caldo e il computer acceso.

Lei che ha imparato la differenza tra Zoom e Skype, ma che viene a chiedermi se ho fame mentre sono ancora collegato, eppure poteva essere facile alzare la mano e chiedere aiuto, perché la mattina è ancora freddo quando mi alzo sui pedali, e in giro non c’è nemmeno la scia di qualche macchina da seguire. Sarebbe bastato dire la verità, dire che non tutti siamo uguali su questa terra, che c’è chi nasce fortunato, con tutte le comodità del mondo, iPad, pc da gaming, iPhone, genitori che lavorano e che ti amano, e chi invece no. Che ti amano, anche tanto, ma che non possono permettersi di darti una vita da adolescente “normale”, che poi la normalità non esiste, me lo dice sempre la sera mia mamma quando viene a darmi il bacio della buonanotte, che non si dovrebbe dire che ancora si fa, ma io lo vedo che lei soffre per questa situazione, e che se potesse si strapperebbe anche un pezzo di cuore pur di farmi felice.

Simone corre veloce, per cinquanta giorni continua a correre la mattina, con la pioggia e con il vento mentre i suoi compagni rimangono fino all’ultimo momento nel calduccio del letto, e si collega con il sorriso.
E non ce l’ha con nessuno, nemmeno con il virus, che alla fine lo sa che ce la faremo, anche se è un nemico formidabile. Come sua mamma, che l’ha fregato ancora una volta, e ha chiesto aiuto alla prof. di italiano che a sua insaputa ha fatto arrivare un tablet a casa, così anche lui potrà rimanere a letto fino alle 7 e 30 con i pantaloni del pigiama e la tazza del latte caldo sulla scrivania, e non è riuscito nemmeno ad arrabbiarsi con sua mamma che chissà quanto le sarà costato dover chiedere aiuto, che a me adesso viene da piangere dalla gioia, ma non lo farò, perché altrimenti comincia anche lei. Allora farò finta di arrabbiarmi mentre dentro sorrido forte e corro veloce, perché no, mamma questo non smetterò mai di farlo, perché è quello che ho imparato dalla vita.

Simone corre veloce
Dedicato a quelli che pensano che tutti i ragazzi siano uguali, che l’importante sia mettere i voti reali alla fine nella pagella, che un ragazzo si giudichi in base a quello che fa, senza tenere conto di quello che la vita gli offre, come dice il ministro Azzolina “Alla fine tutti avranno un voto”, come se quello fosse importante. Senza tenere conto delle difficoltà oggettive e soggettive di ognuno di loro. Per fortuna Simone corre veloce.

Tratto da una storia vera. Ho cambiato il nome per rispetto di tutti i Simone del mondo.

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Simone ha 16 anni e corre veloce