Mariangela Esposito, una mamma a “quattroruote”

Quando ho deciso di diventare mamma non ho visto ostacoli, ma solo un unico grande traguardo: mia figlia.

Irene Vella Giornalista televisiva

Ci sono storie che meritano di essere raccontate, lo capisci subito, basta una parola, una frase, o una fotografia. Una settimana fa mi arriva questo messaggio su Instagram:

“Ciao Irene sono Mariangela ho 35 anni, ho visto che ti appassioni alle storie belle, quelle che trasmettono davvero qualcosa, io sono una mamma su quattro ruote, sono in sedia a rotelle per una distrofia muscolare, ma ciò non mi ha impedito di realizzare il sogno di diventare madre…” in allegato aveva messo alcune foto di lei con sua figlia e suo marito, al tramonto sulla spiaggia.

Ecco posso dire che sarebbero bastate quelle per convincermi a raccontare la loro storia, perché l’amore che ho visto in quell’abbraccio mi ha commosso, mi ha rimesso in pace con il mondo. Perché queste sono storie di resilienza, di caparbietà, di voglia di farcela, che meritano di essere raccontate, perché, come dice lei, la vita è un dramma solo se la rendi tale, bisogna aggrapparsi ai propri sogni, e lottare con tutte le forze, alla fine qualcosa di magico succederà.

“Quando sono nata ero una bambina sana, almeno all’apparenza. 

I primi tre anni trascorsi normalmente, giocavo, camminavo e correvo come tutti i bimbi, e i mesi trascorrevano senza che destassi alcuna preoccupazione.

Ma ero ancora piccola quando sono andata per la prima volta in ospedale una notte, avevo il corpo pieno di lividi e perdevo sangue dal naso.

Iniziamo così un percorso al primo policlinico di Napoli, e dopo anni, tra una visita in ospedale un giorno sì e l’altro pure, prelievi di sangue che ormai erano diventati routine, tramite biopsia muscolare, mi è stata diagnosticata una distrofia dei cingoli. 

Mi ricordo il giorno esatto in cui ho camminato per l’ultima volta. Ero in un centro commerciale per comprare dei vestiti che avrei voluto mettere per un concerto al quale poi non ho potuto assistere.

Stavo entrando in un negozio e sono inciampata sul gradino d’ingresso, a causa della mia malattia mi capitava spesso di cadere. 

Quella volta non è stata come tutte le altre, quella volta ho avuto una frattura della tibia, con conseguente corsa in ospedale, ricovero, e nonostante tre terapie al giorno nei mesi seguenti dopo aver tolto il gesso, non sono riuscita più a rimettermi in piedi.

Quella sensazione è tatuata nella mia memoria, ci ho sperato tanto, ho creduto davvero di farcela, ma quando ho provato a spostare le mie gambe dal letto ho capito che non sarei più riuscita a muoverle, figuriamoci a fare due passi.

È stato un trauma, in quei momenti pensi a tutte le cose che non potrai più fare, ho sempre amato ballare, correre per sentire il vento nei capelli, i bagni a mezzanotte e poi all’improvviso ti dicono che non potrai farlo mai più.

E tu all’inizio non ce la fai, non riesci nemmeno a pensare a quel mai più, e allora ci provi, parli con le tue gambe, parli con il tuo corpo, la sera prima di addormentarti preghi che sia solo un brutto sogno, ma la il giorno dopo ti svegli e sei esattamente nella stessa posizione della sera prima. Immobile. Una di quelle mattine mia mamma entrò in camera spingendo una carrozzina, col sorriso che da sempre mi ha accompagnato nei momenti bui, esordendo con un “eccola qui”.

Il mio fu un no categorico, le chiesi di portarla via, che non mi sarei mai seduta lì sopra.

E invece, dopo mesi di amore e odio, ho imparato ad amarla, perché è grazie alla mia sedia se posso avere una certa autonomia.

Avevo vent’anni, una vita davanti, quando anche grazie ad una terapeuta, ho trovato la forza per reagire dentro me stessa, e grazie ad un gruppo di coetanei che non mi ha mai lasciata da sola.

Poi una sera una mia amica mi convince ad iscrivermi su Facebook, e dopo un po’ di tempo, mi arriva una richiesta d’amicizia da un ragazzo, col quale inizio a chattare, Tiago, un mio coetaneo, brasiliano d’origine e veneziano d’adozione. Un brasiliano veneto e una napoletana in carrozzina, non sapevo se mi ci scappava più da ridere, o da piangere, tanto eravamo diversi. Avevo paura di soffrire, avevo paura dei pregiudizi, avevo paura di non piacergli abbastanza, avevo paura dell’amore, è stato a quel punto che lui decide di mettersi in macchina, e venire a conoscermi.

Non so quante volte mi sarò cambiata d’abito, e guardata allo specchio, sorridendo, emozionandomi, ma quando lui è arrivato e i nostri occhi si sono incrociati, non ci siamo più lasciati. Per me ha cambiato città, abitudini e vita. E lui ha cambiato per sempre la mia. Nonostante la malattia, la distanza, i pregiudizi, ci siamo amati tanto, tantissimo e dopo qualche anno da fidanzati ci siamo sposati nel 2012.

Il mio desiderio era anche un altro: quello di diventare mamma. È lì che mi sono scontrata con la paura che tutti avevano per la mia salute, a cominciare dalla ginecologa che temeva che la mia postura avrebbe potuto provocarmi problemi respiratori o trombosi.

Io non mi sono arresa, e nella mia determinazione ho incontrato medici meravigliosi che capendo il mio desiderio di diventare mamma, mi hanno accompagnata per mano, non lasciandomi mai da sola per tutto il percorso.

Dalle indagini genetiche per escludere l’ereditarietà della mia malattia, al momento del concepimento, quando la felicità ha bussato alla mia porta così forte da farmi uscire il cuore dal petto, con il test di gravidanza positivo in mano e una vita che finalmente tornava a sorridermi.

Nonostante la sedia a rotelle, le difficoltà del pancione negli ultimi mesi, la fatica che si faceva sentire, non mi sono mai pentita di quella scelta, ad ogni ecografia ero sempre più ansiosa di conoscere quella che al quinto mese abbiamo scoperto ufficialmente fosse una bambina.

La nostra Sharon è nata il 14 febbraio 2018, pesava poco più di due chili, ma stava bene. Entrambe stavamo bene.

Non desidero un paio di gambe nuove, non mi serve guarire dalla mia malattia, mia figlia è tutto ciò di cui ora ho bisogno, mi completa e con lei sono rinata. Ora ho capito che quel disegno che il futuro mi aveva riservato aveva il viso di mia figlia. Il desiderio di diventare mamma è stato più forte di ogni paura. La vita è un dramma solo se la rendi tale. Vivere è il più bel regalo che abbiamo, aggrappatevi con tutte le forze che avete a quello che vi rende felici e lottate per realizzare i vostri sogni.

Credeteci ogni istante e sicuramente qualcosa di magico succederà.”

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Mariangela Esposito, una mamma a “quattroruote”