La bellissima lettera di una donna analfabeta al marito emigrato in Germania

Sono passati solo 46 anni, eppure l'amore nel 1973 era più romantico. Ci si scriveva lettere e se non si era in grado, si comunicava con disegni

Forse non esiste più l’amore romantico di una volta, quello dei tempi delle lettere e delle cartoline, quando ancora non c’erano i telefoni e i cellulari, e non vi erano neppure tutte queste possibilità di incontrarsi se uno dei due, l’uomo nella maggior parte dei casi, si trovava lontano da casa.

L’amore era più vero, genuino, sincero. Non c’erano i social e nemmeno tutta questa insoddisfazione generale, o forse sì, ma si credeva nell’amore e ci si impegnava veramente per far durare una storia. Erano tempi diversi e, sotto alcuni aspetti, sicuramente migliori. L’amore aveva un significato che, se si era analfabeti, veniva compreso solo tra i due innamorati.

Era il 1973, il 2 novembre per l’esattezza, e una donna siciliana scriveva al suo adorato marito, emigrato in Germania, una lettera bellissima che finì tra le mani dello scrittore Gesualdo Bufalino. Non era una classica lettera, come si potrebbe immaginare, perché la coppia analfabeta comunicava con simboli.

A quei tempi le persone analfabete generalmente si rivolgevano a persone in grado di scrivere, amiche o a pagamento, che si occupavano di scrivere la lettera sotto dettatura. La donna, però, scelse di non affidarsi a un professionista e decise di comunicare con il marito facendo dei piccoli disegni con i quali raccontava le vicende accadute.

Non è facile decifrare in maniera esatta la scrittura pittografica, tuttavia la lettera inviata al marito inizia con un cuore trafitto da una freccia e prosegue con quattro figure che, probabilmente, rappresenterebbero lei e i tre figli. La narrazione procede, poi, raccontando gli avvenimenti nel podere di famiglia e le questioni politiche dell’Italia.

Gesualdo Bufalino venne in possesso della lettera, la tradusse e la pubblicò sul libro “La luce e il lutto”:

“Amore mio caro, il mio cuore è trafitto dal tuo pensiero lontano, e ti tendo le braccia insieme ai tre figli. Tutti in buona salute, io e i due grandicelli, indisposto, ma non gravemente, il piccino. La precedente lettera che t’ho spedito non ha ricevuto risposta e ne soffro. Tua madre, colpita da un male, si trova in ospedale, dove mi reco a trovarla. Non temere che ci vada a mani vuote; né sola, dando esca a malelingue: m’accompagna il figlio mezzano, mentre il maggiore rimane a guardare il minore. Il nostro poderetto, ho provveduto che fosse arato e seminato. Ai due “giornalieri” ho dato 150.000 lire. Si son fatte le elezioni per il Comune. Ho votato Democrazia Cristiana, come il parroco m’ha suggerito. Per la Falce e Martello la sconfitta è stata grande: come fossero morti, in un cataletto. Ma che vincano gli uni o gli altri, è tutt’una. Nulla cambia per noi poveretti: abbiamo zappato ieri, zapperemo ancora domani. Molte ulive quest’anno, dai nostri ulivi. L’uomo e i due ragazzi che ho assunto, l’uno per bacchiarle, gli altri per raccoglierle a terra, mi sono costati 27.000 lire. Altre 12.000 lire le ho spese per il frantoio. Ne ho ricavato tant’olio da riempire una giara grande e una piccola. Posso ricavarne il prezzo corrente che è di 1.300 lire al litro. Amore lontano, il mio cuore ti pensa. Ora, soprattutto, che viene Natale e vorrei essere insieme a te, cuore a cuore. Un abbraccio, dunque, da me e dai tre figliolini. Arrivederci, amore caro, il mio cuore è tuo e ti sono fedele, unita a te come i nostri due anelli”.

Erano solo 46 anni fa, era un’altra Italia ed erano altri amori, decisamente più romantici e veri.

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Lettera – Ph: Gesualdo Bufalino op. cit.

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