Il mio amore è un Masai: la storia di Ilaria e Cristina

Un viaggio in Tanzania, un colpo di fulmine, l'amore della vita. L'incontro di due mondi e due culture. E poi i figli, la famiglia, l'impegno sociale, un libro. Non è una favola, è la storia di Ilaria e Cristina, innamorate di due guerrieri Masai

Irene Vella Giornalista televisiva

La storia che voglio raccontarvi oggi ha i colori della Tanzania, di quel cielo che bacia la spiaggia bianca, ha i colori dell’integrazione e dell’amore. È la storia di due ragazze toscane di nome Ilaria e Cristina, una di Pistoia, l’altra di Massa Carrara, che in quella terra lontana hanno vissuto, una per lavoro, l’altra per una vacanza, trovando l’uomo della loro vita. Sembra proprio una favola, gli ingredienti ci sono tutti, l’innamoramento, le difficoltà, l’impedimento, che in questo caso è derivato dalla lontananza fisica, e poi il matrimonio.

Ed in questo caso abbiamo l’upgrade del principe azzurro, perché Kashuma (il cui nome cattolico è Andrea) e Moses sono due guerrieri Masai. La realtà è che anche le due ragazze sono delle combattenti: dalle mie parti, in Toscana, c’è un detto che rappresenta al meglio questa situazione, “chi si somiglia si piglia”, lungi dalla descrizione che un articolo (indegno) qualche tempo fa aveva fatto di loro, di donne sottomesse al maschio. Innamorarsi di un territorio, della cultura di un luogo, delle usanze, non significa piegarsi ad usi e costumi che non le rappresentino, e loro rivendicano l’amore per Zanzibar e la Savana, riconoscendone pregi e difetti. Si sono conosciute nel 2017 e non si sono più lasciate, a quattro mani hanno scritto il libro “Sotto il cielo di Zanzibar”, hanno aperto una pagina Instagram lanciando un crowdfunding per la costruzione di un pozzo in un villaggio Masai e insieme ad un’associazione impegnata sul territorio sono riuscite a costruire una scuola dove oggi studiano quaranta bambini.

Chi sono Ilaria e Cristina

Ilaria Beraldi, è nata a Rossano, un cittadina della Calabria nel 1993. A 6 anni si trasferisce con tutta la sua famiglia in Toscana e lì si stabilisce. Il suo sogno è sempre stato quello di viaggiare infatti intraprende la scuola alberghiera per imparare a cucinare e poter girare il mondo. Percorre tutto lo stivale lavorando in vari ristoranti per poi trasferirsi a Londra e successivamente a Zanzibar. Lì incontra l’amore e decide di tornare con lui nel suo paese di origine, l’Italia, e costruire una famiglia. Oggi sono stabili a Pistoia, dove Ilaria lavora per un convitto come cuoca mentre suo marito Kashuma lavora come aiuto cuoco in un ristorante. Insieme hanno una bambina di 2 anni di nome Mia.

Cristina Pedrinzani, nata a Massa, una cittadina di provincia a nord della Toscana nel 1986. Appassionata di viaggi studia al liceo linguistico e sogna di girare per il mondo. A 28 anni fa un viaggio in Africa che le sconvolge la vita. Su una spiaggia tropicale infatti incontra l’amore e lascia una casa e un lavoro fisso per partire con un biglietto di solo andata e nessuna certezza. A Zanzibar realizza il suo sogno di gestire un resort vista oceano Indiano. Rimasta incinta però decide di rientrare in Italia dove vive tutt’ora con la famiglia ma continuando a viaggiare diversi mesi l’anno in quella che sente la sua terra, la Tanzania.

Come nascono le vostre storie d’amore?
Ilaria: Nel 2013, grazie ad una chiamata da parte del tour operator con cui lavoro, mi reco a Zanzibar in un resort italiano per gestire la pasticceria. Ho vent’anni e accetto subito piena di entusiasmo. Lavorare in una cucina dove dalla finestra si vede l’oceano e la spiaggia bianca è un sogno che diventa realtà. Conosco tante persone locali con cui trascorro il tempo libero tra villaggi di pescatori e spiaggia. Grazie a queste amicizie ho la possibilità di conoscere la vera Zanzibar fatta di povertà, di bambini scalzi che giocano per strada e persone che abitano nelle baracche proprio a fianco di resort di lusso. Dopo pochi mesi che vivo lì durante una serata in un bar sulla spiaggia conosco un ragazzo masai che mi chiede di ballare. Scocca la scintilla. Anche lui si trova lì per lavoro e cominciamo a frequentarci. Il nostro primo bacio è stato travolgente e inaspettato. Dopo avere ballato insieme si spostiamo verso il mare nella luce della notte e con la luna che gli illuminava il viso, lui mi ha abbracciata e baciata. Non era mai successo che uno sconosciuto mi potesse fare quell’effetto, tra di noi è stato subito feeling ed elettricità.

Cristina: Nell’agosto 2014 vado a Zanzibar per una vacanza con il mio fidanzato di allora, senza saperlo alloggio nel resort dove lavora Ilaria, ed è proprio lì che conosco Moses, un guerriero Masai che lavora proprio su quella spiaggia. Ci siamo scambiati solo qualche parola, ma quello che ho provato anche solo guardandolo non mi era mai successo. Sono tornata in Italia ed ho deciso di cambiare vita, sono tornata single, mi sono licenziata dal lavoro a tempo indeterminato, ho venduto la casa e dopo un mese sono tornata in Tanzania. Il primo bacio ce lo siamo dati in aeroporto, dove l’ho trovato al mio arrivo, lui è lì con le sue vesti rosse, la spada al fianco. Non dimenticherò mai il sorriso dolcissimo con cui mi ha accolto. Eravamo emozionati e intimiditi allo stesso tempo ma dopo un mese di telefonate e messaggi la voglia di abbracciarsi è stata più forte di tutto.

Un viaggio che vi ha cambiato la vita (risponde Cristina)
Dopo il primo, ne sono venuti tanti altri, ma la mia visione della vita è davvero cambiata quando mi sono spostata nell’entroterra, nei villaggi masai per conoscere la famiglia di lui. È un viaggio che mi ha cambiato totalmente prospettiva, facendomi riflettere sul senso della vita. C’è veramente poco ma quel poco si condivide anche con dei perfetti sconosciuti come me, i bambini giocano scalzi nella savana e sono liberi, ho imparato a vivere “pole pole” lentamente, e per la prima volta mi sono sentita felice ed appagata. Certo durante la gravidanza ho toccato con mano la bassa qualità del servizio sanitario, basico e senza esami specifici, che ci ha indotto, insieme al caro vita dell’isola, a rientrare in Italia, dove è nata nostra figlia, Raheli Angela. È stata una scelta presa di comune accordo, il nostro sogno è quello di tornare in Tanzania, ma con una bambina piccola conosciamo le problematiche legate alla sanità e all’istruzione, quindi prima di decidere, faremo delle attente valutazioni.

Avete riscontrato problemi di razzismo e di accettazione come coppia mista?
Personalmente i nostri mariti e compagni non hanno mai avuto problemi di razzismo in Italia. Al contrario quando vengono presentati alle persone come “guerrieri masai” tutti rimangono incuriositi e affascinati perché vengono visti come persone “quasi” mitologiche appartenenti a una tribù tribale vista solo nei documentari e la curiosità di conoscere e farsi raccontare loro modo di vivere sovrasta il pregiudizio. Una domanda che solitamente viene posta a loro e a noi  “ma davvero vivono ancora come vediamo in tv?”. Nel lavoro, nelle amicizie, si sono sempre integrati perfettamente e la loro gentilezza, simpatia e socievolezza li porta sempre a emergere nei rapporti interpersonali. Più complesso è il discorso social dove siamo state al centro di qualche piccolo episodio di razzismo in cui siamo state insultate in quanto coppie miste.

Come sono gli sguardi nei vostri confronti in Italia e all’estero?
Sia in Italia, che in Tanzania, come famiglia e coppia mista, attiriamo sguardi indiscreti e di curiosità. Da una parte ci sono le persone che sono aperte mentalmente verso le altre culture che ci approvano e ci ritengono delle persone forti che, a prescindere dalla diversa cultura e dalle difficoltà, hanno deciso di stare insieme e costruire una famiglia.
Dall’altra parte troviamo le solite persone che in Italia ci etichettano come la classica coppia dove l’africano ci ha “sposato” solo per avere il permesso di soggiorno o una vita migliore in questo Paese. Mentre soprattutto a Zanzibar tanta gente ci classifica come le solite “occidentali“ che sono fonte di reddito per i ragazzi locali. Noi diciamo sempre che ogni storia è a sé e che i pregiudizi e gli stereotipi sono sempre e comunque sbagliati.

Dalla vostra amicizia è nato un progetto, ce ne volete parlare?
Nel 2017 ha luogo il nostro primo incontro nella nostra Toscana grazie ai nostri mariti che avevano organizzato una giornata al mare. Dopo tante chiacchiere tra amiche e confidenze abbiamo scoperto di avere molto in comune: il nostro passato da espatriate a Zanzibar e l’amore per due guerrieri masai, ma soprattutto l’amore per l’Africa. Sotto il cielo della Tanzania è un progetto nato dalla nostra amicizia. Con questo pseudonimo siamo presenti nei vari social tra cui Facebook , YouTube ed in particolare Instagram dove siamo molto attive e condividiamo la nostra storia come ex espatriate a Zanzibar, il nostro legame sentimentale con due guerrieri Masai, le nostre famiglie miste e multiculturali oltre ai nostri viaggi on the road nella savana della Tanzania e a contatto con la tribù di cui ormai siamo diventate parte integrante. Sui social condividiamo spaccati di vita, foto e curiosità di questa terra magica oltre che ricette tipiche e lezioni di swahili e maa, e soprattutto portiamo avanti un messaggio positivo, di arricchimento attraverso la conoscenza di altre culture e il valore della diversità. È anche qualcosa di più che semplice condivisione sui social, infatti insieme abbiamo portato avanti una raccolta fondi iniziata a gennaio e conclusasi a luglio a favore del progetto di costruzione di una scuola per 40 bambini masai ad Arusha, nel distretto di Mungere dell’associazione Smiley hand Tanzania e Africa Masterpiecechildren che operano in loco.

Quali sono i vostri progetti per il futuro?
Per il futuro vorremmo continuare a scrivere e magari realizzare un ponte tra Italia e Tanzania creando un progetto imprenditoriale solidale, ma non nell’immediato. Prima vogliamo gettare delle solide basi e da lì partire con i nuovi progetti.

Sotto il cielo di Zanzibar è il libro che avete scritto a quattro mani, e che è appena uscito, di cosa parla?
Il romanzo prende spunto dalle nostre esperienze per poi uscirne attraverso la fantasia, è un racconto coinvolgente ricco di colpi di scena, passione e tradimenti che catapulta il lettore tra la savana e Oceano Indiano, il tutto condito con un pizzico di ironia. Ma Sotto il cielo di Zanzibar è più di un libro d’amore, o un diario di viaggio, è un racconto attuale dove lo scontro tra due culture differenti porta l’attenzione su un tema “caldo”: quello delle coppie miste, sempre più numerose nella nostra società. Le due protagoniste sono Sofia e Giada, due giovani donne che si trovano nello stesso momento e per motivi diversi a vivere su un’isola tropicale piena di meraviglie e contraddizioni, senza mai conoscersi. Sofia lavora nella cucina di un grande resort e tra amici e notti brave vive emozioni che solo quella terra magica sa regalare. Si innamora di un latin lover masai, con il quale poi si sposerà in Italia. Parallelamente Giada si reca a Zanzibar per una vacanza con il suo compagno che invece si trasformerà in un’occasione per cambiare la sua vita insoddisfatta. Lì infatti conoscerà un giovane guerriero masai e se ne innamorerà al punto che tornata in Italia comprerà un biglietto di solo andata per l’Africa. Le vite delle due donne si incroceranno molti anni dopo, quando il tempo e l’amore avranno dato gioie e dolori, fallimenti e rinascite benedette dal sole.

Che futuro sognate per i vostri figli?
Riteniamo che le nostre figlie siano fortunate a crescere in una famiglia multietnica e multiculturale. Hanno la possibilità di vedere e soprattutto toccare con mano una realtà completamente diversa da quella in Italia, viaggiando e vivendo per diversi mesi l’anno in Tanzania, una terra meravigliosa e difficile. Stanno crescendo con la consapevolezza che esistono altre realtà dove è difficile anche solo avere acqua pulita per bere o cucinare e che le comodità che hanno qui non sono scontate. E soprattutto siamo orgogliose del fatto che si sentano e si comportino come a casa sia in Italia che nel bel mezzo della savana. Confidiamo che queste esperienze straordinarie le rendano donne consapevoli, le arricchiscano culturalmente e personalmente. Non c’è “un” futuro che sogniamo per loro, piuttosto ci prodighiamo affinché abbiano tutti gli strumenti necessari per affrontarlo. Ci auguriamo solamente che siano loro stesse, che inseguano le proprie inclinazioni e i propri sogni qualunque essi siano e ovunque le portino nel mondo. Così come abbiamo fatto noi.

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