Dentro il vaccino ci sono gli abbracci e i baci dimenticati

Un post, che ha fatto il giro del web, spiega perché il vaccino non è solo la cura che stavamo aspettando, ma è un vero simbolo di speranza

Pandemia, tampone, test rapido, lockdown, Coronavirus, distanze sociali, parole che inevitabilmente sono entrate a far parte del nostro lessico e della quotidianità. Come se qualcuno avesse commercializzato un nuovo dizionario, fatto di termini che, alla sola pronuncia, hanno fanno nascere dei vuoti immensi colmati solo dalla speranza che ognuno di noi porta dentro di sé.

Poi, un altra parolina, timidamente, ha fatto capolino diventano la luce in fondo al tunnel, illuminando il cielo dal crepuscolo perenne che si è abbattuto sulle nostre vite da molti mesi ormai. Alcune persone la guardano con diffidenza, altre l’hanno attesa con lo stesso entusiasmo di un bambino in attesa di scartare il suo regalo, altri hanno ringraziato per quella parola, che nel giro di poco tempo si è trasformata in realtà, altri ancora continuano una guerriglia senza sosta a suon di manifestazioni, critiche e discussioni social solo per la sua pronuncia.

Vaccino, è questa la parola dell’anno. Come se si trattasse di un mantra o una formula magica in grado di restituirci quella vita che un tempo avevamo e forse sprecavamo con i nostri inutili affanni. Vaccino è una parola che non c’entra niente con la magia e neanche con le favole, eppure il suo obiettivo ricorda vagamente quello della fata buona che si prodiga per riuscire, a tutti i costi, a far valere quel lieto fine.

Il vaccino è quello al centro delle polemiche, di continue critiche al sistema da parte di chi non crede nel suo potere. Ma è lo stesso che viene esibito, con orgoglio da chi, vede in lui “soprattutto i baci e gli abbracci dimenticati, le gite scolastiche, gli anziani a capotavola il giorno di Natale, le mense affollate” come ha scritto Anna Fracassini, odontoiatra che lavora a Senigallia e a Pesaro, sul suo profilo Facebook Todopasa.

Ed è proprio in queste parole, di un post condiviso da più di 21000 persone nel giro di poche ore, che è racchiuso, al di là delle spiegazioni scientifiche, il vero significato del vaccino come simbolo di speranza.

Io lo so perché quelli che ricevono il vaccino lo esibiscono con un selfie. Perché nel momento in cui hanno sentito il liquido entrare nel loro corpo hanno capito che lì dentro c’erano soprattutto i baci e gli abbracci dimenticati, le gite scolastiche, gli anziani a capotavola il giorno di Natale, le mense affollate. C’erano i ragazzi con lo zaino sulle spalle, i cinema all’aperto, i teatri pieni e il concerto di Vasco che dall’alto sembravamo tanti puntini attaccati. C’era la tavolata di amici al ristorante, prendo la pizza diversa dalla tua così ce la dividiamo, il viaggio a Tokyo senza prenotare, la cena con i compagni del liceo che in fondo siamo sempre gli stessi e la libertà di poter rimanere a casa che poi, chi ci rimane più, dentro quelle quattro mura?
C’era il lavoro, gli aerei che ripartono e le stazioni piene.
C’era il rossetto rosso che più rosso non si può, la valigia stipata, l’invito a casa che ognuno porta qualcosa, il pigiama party e la corsa tutti insieme. C’era piacere mi chiamo Anna stringendo la mano dell’altro senza avere paura, un sonno tranquillo e confini aperti. C’erano i computer chiusi e gli insegnanti che parlavano zigzagando tra i banchi, l’ora di religione a studiare latino e i bigliettini passati di mano in mano.
C’erano i visi tutti interi con labbra sottili, carnose, irregolari o rifatte.
C’era la palestra con l’odore di sudore, up and down al ritmo della musica, le candeline soffiate su una torta e poi tutti a mangiare la propria fetta incuranti degli sputi.
C’erano starnuti e tosse in libertà, la telefonata con tua sorella che quando vieni ti porto a Palazzo Strozzi, i bambini che signora mia quanto sono cresciuti e la libertà, quella che abbiamo sempre difeso sopra ogni cosa.
C’erano i vecchi, accuditi e coccolati che raccontano sempre la stessa storia e sempre nello stesso modo ma tu l’ascolti come fosse la prima volta.
C’era il senso di altruismo perché il vaccino si fa per se stessi ma soprattutto per gli altri e c’era quel senso di pace che si impossessa di te quando stai lavorando per tutti.
Ecco perché chi si vaccina lo fa vedere.
Perché in quel momento ha vissuto un bellissimo viaggio e, soprattutto, perché ce lo augura con tutto il cuore.

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Dentro il vaccino ci sono gli abbracci e i baci dimenticati