Clara Woods, la bambina che dipinge le parole

«La vita può essere ricca, meravigliosa e stimolante che tu sia normale o diverso. Perché, a proposito: nessuno è un diverso». Clara ne è certa

Irene Vella Giornalista televisiva

Immaginate la gioia della scoperta di aspettare un bambino, quel test di gravidanza che si colora di rosa, e il mondo che all’improvviso sembra sorriderti un po’ di più, tu che guardi il tuo compagno pazzo di gioia e cominci a immaginarti tuo figlio, il disegno della bocca, il colore dei capelli e non vedi l’ora che la pancia cresca per accoglierlo. E poi conti le settimane, i giorni e i minuti che ti separano da quell’incontro. Prepari il nido e con lui ti prepari a diventare mamma, e sogni il momento in cui sentirai pronunciare quella parola, che ti viene da piangere al solo pensiero per l’emozione e poi all’improvviso ti si rompono le acque e capisci che quel momento sta per arrivare e stai per incontrare lei, tua figlia.

E allora corri con tuo marito in macchina, corri verso l’ospedale e la vita, corri tra una contrazione e l’altra, piangi e ridi che sembri pazza, ma sai che questo dolore ha uno scopo e sopporti, e poi spingi e urli, e poi esce da te questa bambina bellissima, quel mix perfetto di geni brasiliani, canadesi e italiani, quel ciuffo di capelli biondi a incorniciarle il viso e tu sei la donna più felice del mondo.

La storia tra Betina e Carlo sembra una favola. Si incontrano a Firenze dove sono entrambi per studiare, lei brasiliana lui canadese, e si innamorano al primo sguardo. Uno di quegli amori travolgenti, senza riserve, uno di quelli in cui al primo “ciao” tu sai che non potrai più fare a meno di lui/lei, uno di quelli in cui ti conosci a maggio, ti sposi a dicembre e a luglio aspetti il vostro primo figlio. Sono bellissimi, biondi e felici, tutti e tre, Bettina, Carlo e Clara, talmente tanto da sembrare una cartolina della gioia, ma quando la bimba compie un anno, il mondo sembra cadere loro addosso, per distruggere quel meraviglioso castello che si affaccia sull’Arno.

Perché una mamma lo sa, una mamma capisce, una mamma intuisce che quell’angelo biondo ha qualcosa che non va, lo vede da quella manina con il pugno sempre chiuso, teme per quei piedini che non accennano ad alzarsi, di giorno sorride e di notte piange. Al buio, quando non la vede nessuno, perché se piangi di notte gli incubi scompaiono con la luce dell’alba, perché se piangi e nessuno lo sa, le tue paure non diventano reali.

Le viene detto che è ansiosa, che ogni bambino ha i suoi tempi, che non si deve preoccupare, che non deve fare i paragoni con quelli della sua età, che deve smettere di soffrire, perché non c’è niente di strano in quella bellissima bambina bionda, il male è solo nella sua testa. Ad un anno arriva la diagnosi con un dottore che finalmente capisce da cosa dipenda il ritardo nello sviluppo di Clara: ictus prenatale. A Betina viene consegnato un foglio che darà un nome al suo incubo, insieme a una sentenza, sua figlia è destinata a una vita da vegetale.

Le dicono che non potrà mai parlare, camminare, scrivere e capire, che l’ictus le ha mangiato una parte del cervello impedendole lo sviluppo, la preparano al peggio, condannandola a una non vita, mentre parlano non la guardano nemmeno negli occhi, mentre Betina piange così tanto che un giorno pensa anche di aver finito le lacrime. Poi lei e Carlo si guardano, guardano la loro bambina e promettono di amarla anche di più, di accompagnarla nella sua crescita, di darle le possibilità che i medici non le danno, e iniziano un programma di riabilitazione per insegnarle a camminare, ad alzarsi, a vivere. I suoi progressi stupiscono tutti. La sua storia ricorda quella del calabrone che secondo la fisica non potrebbe volare, ma lui non lo sa, e vola lo stesso.

Clara si alza in piedi, cammina e sorride, sorride con una gioia contagiosa, non parla, non scrive, ma capisce tre lingue e comincia a dipingere per tirare fuori quello che ha dentro grazie a una maestra che la accompagna in questo percorso artistico. È la svolta. È un amore ricambiato quello di Clara con le tele, quei pennelli che dipingono le parole che non ne vogliono sapere di uscire dalla sua bocca, quei colori che riempiono fogli bianchi e la sua vita, che raccontano delle storie per tutti quelli che si soffermano ad ascoltarle. E allora una volta è il ritratto della sua famiglia, poi dei Medici, la nobile famiglia fiorentina, una pittura pop e contemporanea, ed è talmente brava che la voce si sparge, e il suo sogno di realizzare una mostra con i suoi quadri diventa realtà.

Di lei viene scritto dagli addetti ai lavori: “Vedo mostre dalla mattina alla sera da oltre 15 anni. Quando Clara ha iniziato a seguirmi su Instagram, sono andato a vedere i suoi lavori. Si capiva che c’era qualcosa di strano, di intrigante. Che al netto di una tecnica acerba e di una esperienza tutta ancora da costruire, vantavano una spontaneità devastante, violentissima. Com’era quella di Picasso che avrebbe voluto saper dipingere come un bambino? Ecco. La bambina è lei.”

E questo scricciolo biondo diventa il simbolo di resilienza, quella vera, e della gioia di vivere. Quella pura.

Nel 2012 diventa la sorella maggiore di Davi, il grande amore della sua vita, quello che interpreta e descrive i suoi quadri come le pieghe del suo sorriso, e quando parla della sua Clara la voce si riempie di orgoglio e di felicità. Per quella bambina che non doveva camminare. Per quella sorella priva di parole. Per quella figlia destinata ad essere un vegetale. Per tutti quelli che non hanno creduto in lei. Perché Clara non conosceva il suo destino, e ha insegnato a tutti la forza della vita.

Questa una lettera che Betina, sua mamma, le ha scritto in esclusiva per le lettrici di DiLei.

Ciao Clara,
tu sai che sono brasiliana e che sono venuta in Italia a studiare italiano nel 2004. Ottenuta la cittadinanza, volevo rimanere qui una volta finita la scuola per poter viaggiare.

Nella prima domenica che ero a Firenze sono andata in chiesa, perché credo tanto in Dio e per me Gesù è un figo, è il mio migliore amico, e proprio quel giorno conosciuto tuo babbo, mezzo canadese, mezzo olandese cresciuto proprio in quella città.

Ho subito pensato: “Cavolo, che biondo!”. Per farla breve ci siamo conosciuti a maggio e sposati a dicembre… E ormai il Brasile è diventato il mio Paese di origine ma la mia casa era Firenze. 

Nel luglio del 2005, per curiosità, ho fatto il test per sapere se ero incinta e la risposta è stata sì. Non ci potevo credere! Ero così felice che ho preso la bici e sono andata di corsa per dirlo al tuo babbo e quando sono arrivata mi ha guardato e ha detto: «Perché sei così felice? Sei incinta?». E così piccola Clara la nostra storia inizia proprio quel giorno.

Che bella gravidanza mi hai regalato, tutto perfetto. Che bel parto abbiamo vissuto e mi ricordo ancora oggi dei tuoi capelli biondi, quando li ho visti per la prima volta, era la realizzazione di un mio sogno da bambina: avere dei figli biondi! 

Clara, sei sempre stata bella dentro e fuori e all’inizio era tutto normale. Ma più crescevi, più il tuo corpo non funzionava…

E così andavo dal dottore insieme alla nonna e lui diceva che ogni bambino ha il suo tempo. E un giorno, quando avevi sette mesi, sono andata all’Ikea e ho visto una bambina della tua età che gattonava, scalava e quella sera il mondo mi è crollato addosso, sapevo che c’era qualcosa che non andava e avevo tanta paura. 

Dopo diversi esami e tante rassicurazione positive dei dottori arriva il risultato della risonanza. Ricevo una telefonata, ero sola, il babbo era in trasferta all’estero e mi dicono che hai un cervello con una malformazione, probabilmente la conseguenza di un ictus, che non riuscirai a fare cose normali, e a essere normale, che avrai tante difficoltà e così iniziai a piangere.

La dottoressa mi ha detto: «Hai ragione di piangere Betina, perché da oggi la tua vita sarà molto difficile».

Sono corsa a casa per capire se eri veramente tu quella bambina di cui mi parlava la dottoressa e da quel giorno ho capito che il mio compito era amarti incondizionatamente e aiutarti a sognare, non importa cosa. 

Ci hanno detto che saresti stata tipo un vegetale, senza poter camminare, capire, organizzarsi. Ma non è andata così. Non puoi parlare, leggere o scrivere ma capisci tre lingue. Puoi camminare, puoi correre, hai difficoltà con il tuo lato destro del corpo e tante cose non riesci a farle perché la tua mano e il tuo braccio funzionano male. E tu, Clara, sei stata una grande. Non hai mai smesso di sorridere e anche di credere che potevi farcela.

Da questi giorni gli anni sono passati in fretta e oggi hai 14 anni. Ormai sei una piccola donna, e ti voglio dire che sono molto fiera di te! Hai iniziato a dipingere nel 2016 e distruggevi sempre le tue opere, poi abbiamo visto le forme e i colori e un giorno nel novembre di 2017 ti ho regalato il libro di Frida Kahlo, ed è stato amore a prima vista. Mi hai chiesto se potevi fare una mostra a New York come ha fatto Frida e in quel momento mi hai lanciato la sfida che ha cambiato la nostra vita. Ti ho detto possiamo provare, perché no? 

Nel marzo del 2018 hai fatto la tua prima mostra a Firenze ed è stato lʼinizio di tutto. Hanno esposto i tuoi quadri in Kobe (Giappone), Miami e Londra e nelle principali città italiane. Sei stata la prima bambina in Italia ad avere la propria partita IVA solo a 12 anni, hai venduto in diversi Paesi, sei diventata una modella e fra qualche giorno lanci la tua prima collezioni di abbigliamento e accessori. Per questo progetto ho venduto lʼazienda che avevo per seguirti e per costruire un futuro per te, insieme a te.

Ci divertiamo tanto, abbiamo conosciuto persone belle, abbiamo viaggiato in tre continenti, ma lo sai che spesso mi ritrovo a piangere a fine giornata perché ci sono mille difficoltà, perché cʼè tanto dolore a vivere la tua solitudine, perché non so come sarà il tuo futuro, perché non so se avrai una persona accanto che sarà pronta ad amarti così come sei… perché spesso le forze ti abbandonano e non hai voglia di fare niente. Perché non mi sento all’altezza di creare un brand ispirato a te, perché mi manca avere il tuo babbo solo per me per qualche ora e perché ho paura. 

E poi arrivi tu che ti avvicini e mi abbracci e senza parlare mi rassicuri che tutto si risolverà. Mi scrivi delle piccole parole su WhatsApp di cui riesci a memorizzare il significato, poi urli per tre minuti quando ti invitano a una sfilata di moda a Milano, e il senso di tutto torna a fiorire, torna la voglia di farcela e di abbracciare le nostre sfide e conquistare il mondo per dire che la diversità è un valore. 

Clara, per te io ci sarò sempre, e insieme faremo la differenza. 

Con amore.

La tua mamma.

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Clara Woods, la bambina che dipinge le parole