La moda religiosa oggi fa tendenza

Altro che trasgressione, la moda che tira oggi è quella casta, anzi, modesta

Da New York a Dubai sono le donne timorate di Dio ad attirare sempre più stilisti in cerca di ricche acquirenti. A partire dalle ebree americane , e non quelle dell’intelligentia laica, ma le più ortodosse, abituate a indossare una parrucca per nascondere i propri capelli e a non scoprire né gomiti né ginocchia. La loro guru è Adi Heyman, elegantissima blogger newyorkese che ha deciso di rispettare alla lettera i dettami della religione ebraica e di incoraggiare altre donne a fare lo stesso. E dimostra su internet che si possono indossare gli abiti dei grandi stilisti conservando uno stile “alla Casa nella prateria”. Per essere sobrie, anzi, modeste, basta qualche piccolo correttivo, come attaccare maniche di una felpa a un vestito smanicato di Valentino, o sovrapporre una t-shirt con scritto New York a una gonna di pelle lunga fino alle caviglie.

Adi ama soprattutto Chloè, Marc Jacobs o the Row, il suo preferito, perché: «coprendo ciò che è superficiale mette in risalto l’essenziale, cioè il carattere e la personalità». Per coprire il superficiale basta adottare un look a strati, con cappotti e caffetani, e per mettere in risalto l’essenziale si direbbe che le sue pose glamour bastino e avanzino. Ma l’amore per tutto ciò che è fashion non si limita a contagiare le ebree ortodosse americane. Anche in Israele si diffondono negozi e siti che si rivolgono alle signore delle colonie più oltranziste, come dossitgirl.com , che nel suo nome fonde il glamour di gossip girl e la radicalità di dossit, che significa ultra ortodossa.

Dall’altra parte del muro, anche le palestinesi possono sfogliare migliaia di pagine internet dedicate alla moda “halal”, che segue, cioè, i dettami religiosi musulmani. Centinaia di stilisti provenienti dal Medio Oriente e dall’Asia creano hijab coloratissimi e ricamati, abiti lunghi e drappeggiati, veli e gonne di stoffe pregiate. L’epicentro della moda islamica è tra Malesia e Indonesia, dove rispettare il Corano non significa solo vestire di nero e coprirsi il più possibile, ma anche sfoggiare stoffe colorate e abiti originali. E’ da queste parti, e precisamente a Kuala Lumpur, che è nato il festival internazionale della moda islamica – nel 2006 – da sempre dedicato alla “bellezza della modestia”, proprio come le linee dedicate alle “nemiche” ebree. Poche settimane fa le modelle islamiche hanno sfilato a Cannes, ad un festival intitolato “Lawrence d’Arabia e la Costa azzurra”. Accostare la moda halal a un personaggio che solo noi occidentali abbiamo glorificato – e che gli arabi ritengono nella maggior parte dei casi un traditore – potrebbe sembrare pericoloso, ma gli stilisti d’ultima generazione non guardano tanto alla storia quanto al business, quei 96 miliardi di dollari  che girano intorno alla moda islamica. E con il ritmo a cui crescono le popolazioni musulmane, conviene sicuramente di più investire nella modestia secondo Corano che secondo Torah.

Per saperne di più, vai su dominablog.com. Cecilia Tosi cura la rubrica Domina sul sito di Limes

cecilia-tosi120CECILIA TOSI
Esperta di politica internazionale, curatrice della rubrica Domina per Limes, Rivista italiana di geopolitica. Già caporedattrice del settimanale Left, collabora con numerose testate nazionali e internazionali. Qui potete leggere la sua rubrica su Limes

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